Baia dell’Isola dei Conigli - Lampedusa (AG)

Baia dell’Isola dei Conigli - Lampedusa (AG)

La baia è caratterizzata da spiagge di sabbia chiarissima, da un mare cristallino ed incontaminato, con acque cangianti dal verde smeraldo al blu cobalto, e dall’isola dei conigli posta al suo centro.

Cala dell’Arco dell’Elefante - Pantelleria (TP)

Cala dell’Arco dell’Elefante - Pantelleria (TP)

Una spiaggia dell’isola di Pantelleria dalle acque cristalline e sempre pulite caratterizzata da un singolare faraglione la cui forma assomiglia alla testa di un elefante che beve.

Eruzione del Vulcano Etna (CT)

Eruzione del Vulcano Etna (CT)

L’Etna (Mongibello) è un complesso vulcanico originatosi nel Quaternario e che è, ancora oggi, costantemente in attività (in foto l’eruzione del 13/01/2011). L’eruzione più devastante dell’ultimo millennio è stata quella del 1669.

Riserva dello Zingaro - San Vito Lo Capo (TP)

Riserva dello Zingaro - San Vito Lo Capo (TP)

La Riserva Naturale dello Zingaro si estende per 7 Km di costa tra Scopello e San Vito Lo Capo. È caratterizzata da una natura incontaminata che fa da contorno ad una antica tonnara antistante a dei faraglioni.

Oasi delle Saline - Priolo (SR)

Oasi delle Saline - Priolo (SR)

La riserva, oggi Sito di interesse Comunitario, si estende per 55 ettari nel territorio di Priolo. In passato vi si svolgeva l’attività delle saline. Nel 2008 ha vinto il primo premio come Oasi più bella d’Italia.

La Scala dei Turchi - Realmonte (AG)

La Scala dei Turchi - Realmonte (AG)

Scala dei Turchi è una spiaggia a ridosso di una bianchissima falesia di marna a strapiombo su un mare smeraldino. Si tramanda che qui sbarcassero i pirati Turchi che venivano a saccheggiare l’isola.

Teatro Greco - Taormina (ME)

Teatro Greco - Taormina (ME)

Il Teatro Greco di Taormina, il secondo più grande di Sicilia, è il più ammirato e conosciuto al mondo. Da qui si può ammirare la magnifica vista del golfo di Schisò e dell’imponenza dell’Etna.

 

Il Regno di Sicilia

INDICE


Il Regno di Sicilia fu creato nel 1130 da Ruggero II d’Altavilla con la fusione della Contea di Sicilia (Sicilia e Malta) e del Ducato di Puglia (Calabria e Puglia), e durò fino all’istituzione del Regno delle Due Sicilie nel 1816.
Fu uno Stato sovrano caratterizzato dalla convivenza di varie etnie e diverse fedi religiose, dalla presenza un Parlamento, e gestito da un vertice amministrativo (la Magna Curia) e dall’organizzazione del catasto secondo una moderna concezione.
Fu anche il primo Stato al mondo ad avere un Parlamento di tipo moderno. La prima assise fu convocata da Ruggero I di Sicilia presso Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, nel 1097.
Il Parlamento era costituito da tre rami:
– il ramo feudale rappresentato dai nobili delle contee e baronie;
– il ramo ecclesiastico composto dai membri notabili del clero;
– il ramo demaniale costituito dai membri provenienti dalle 42 città demaniali di Sicilia (quindi con la rappresenza, per la prima volta, anche del popolo).
Inizialmente sorto con l’obiettivo di svolgere una funzione di tipo consultivo per il sovrano, ben presto fu investito di poteri normativi, diventando, così, il primo parlamento di tipo moderno del mondo.
Nel 1130 Ruggero II d’Altavilla si fa incoronare a Palermo Re di Sicilia, oltre che per grazia di Dio (attraverso la benedizione del Papa), anche, per volontà della Nazione (ovvero per elezione discussa e votata dal Parlamento).
Nel 1140 viene convocato da Ruggero II, per la prima volta, il Parlamento presso il Palazzo dei Normanni di Palermo, oggi sede dell’Assemblea Regionale Siciliana (ARS).

¤ I Normanni ed il Regno di Sicilia (1130-1198)

Incoronazione di Ruggero II
Incoronazione di Ruggero II

A seguito di ciò il Pontefice stesso si pose alla testa di un forte esercito e mosse contro Ruggero, rea di aver aiutato Anacleto II.
Ma le superiori doti militari del normanno portarono alla sconfitta ed alla cattura dello stesso Innocenzo II, presso Montecassino, che dovette accettare Ruggero quale Re di Sicilia confermandogli la corona regia.
Il 27 luglio del 1139, nei pressi di Mignano, fu redatto il privilegio mediante il quale si confermava Ruggero II, “Re di Sicilia”, unitamente all’annessione del territorio di Capua.
Ruggero II fece del Regno di Sicilia uno degli Stati d’Europa più potenti e meglio ordinati dandogli una base legislativa con le Assise del Regno di Sicilia, promulgate nel 1140 ad Ariano Irpino, ed una nuova costituzione. In seguito Ruggero II si dedicò ad espandere il proprio Reame, annettendo Napoli, Malta, Gozo, Corfù e una parte dell’Africa settentrionale, compreso l’entroterra tunisino-libico tra Bona e Tripoli.
Intorno al 1140 Tunisi fu assoggettata da Ruggero II. Nel 1146 una grossa flotta siciliana al comando di Giorgio d’Antiochia, ammiraglio di Ruggero II, partì da Trapani e conquistò Tripoli e la Tripolitania costiera, che rimase sino a quasi la fine del secolo sotto il Regno di Sicilia.
Ruggero II, con queste nuove conquiste, creò il “Regno normanno d’Africa” nella cosiddetta Ifriqiya con l’intenzione di unirlo al Regno di Sicilia, ma la morte nel 1154 glielo impedì.

Stemma degli Altavilla dinastia siculo-normanna
Stemma degli Altavilla dinastia siculo-normanna

Nel 1130 muorì Papa Onorio II e per la sua successione si crearono due fazioni di Cardinali contrapposte che votarono ciascuna un Papa diverso: Innocenzo II e Anacleto II (Scisma del 1130). Ambedue i Papi cercarono subito appoggi per scacciare il concorrente, offrendo, in cambio, importanti cariche.
Anacleto II si garantì l’appoggio di Ruggero II Conte di Sicilia offrendogli la corona di Re di Sicilia, mentre Innocenzo II ottenne l’appoggio di Lotario, Duca di Sassonia, in cambio dell’incoronazione a Imperatore del Sacro Romano Impero.
Così, nel Natale del 1130, Papa Anacleto II incorona, a Palermo, Ruggero II d’Altavilla, di re di Sicilia.
Forte della nuova investitura papale, Ruggero II, inizia a conquistare ed unificare tutto il Meridione sotto la sua autorità creando, così, il terzo tra i più grandi Regni d’Europa ed il primo stato ad essere governato da un Parlamento.

Blasone del Regno di Sicilia nel 1194
Blasone del Regno di Sicilia nel 1194

Nel frattempo, Innocenzo II, ritenendosi lui il legittimo successore al trono di Pietro, scomunicò Anacleto II dichiarando nulli tutti i suoi atti ed il 4 giugno 1133, in San Giovanni in Laterano, incoronò imperatore Lotario II.
Poiché lo scisma tra i due Pontefici appariva ormai insanabile, fu giocoforza il ricorso alle armi.
Con la discesa in Italia di Lotario, ebbe inizio un conflitto tra l’Impero e i Normanni che vide Ruggero perdere progressivamente i territori dell’Italia peninsulare ad eccezione della Sicilia.
Ma, ripartito Lotario nell’ottobre del 1137, Ruggero riconquistò Salerno, Avellino, Benevento e Capua. Anche Napoli, dopo un anno di assedio, fu costretta a capitolare nel 1137.
Nel dicembre del 1137 moriva l’imperatore Lotario e qualche mese dopo, il 25 gennaio del 1138, moriva anche l’antipapa Anacleto II.

Guglielmo I il Malo (1154-1166)

Guglielmo I
Guglielmo I

Alla morte di Ruggero II, succede al trono il figlio Guglielmo I che si trovò ad affrontare subito una difficile situazione politica: la minaccia dell’impero germanico del Barbarossa, la minaccia dell’impero di Bisanzio di Manuele I Comneno e la minaccia del papato retto da Adriano IV.
Ai primi del 1155 il conte Roberto di Loritello, a cui era stata confiscato la Contea per infedeltà verso gli Altavilla dallo stesso Ruggero II, entrò in conflitto con cugino di Guglielmo I, che ancora esitava nel restituirgliela, e per questo, dopo aver stretto un accordo con l’impero di Bisanzio, si ribellò al Re di Sicilia.

Regno di Sicilia nel 1154
Regno di Sicilia nel 1154

Il suo esercito insieme a quello di altri baroni pugliesi ed a quello bizantino, dopo aver conquistato molte città, tra cui Bari che si arrese velocemente, sconfisse e decimò definitivamente le truppe rimaste fedeli al re Guglielmo ad Andria.
Il 29 settembre 1155 anche Papa Adriano IV si unisce nella guerra contro il Re normanno ed invia un suo esercito in aiuto ai bizantini, con il risultato che in pochissimo tempo conquistano tutta la Puglia e la Campania.
A Guglielmo I non resta che rientrare in Sicilia, ma non si rassegna alla perdita dei suoi territori in Italia meridionnale e, dopo aver riorganizzato il suo esercito, riconquista tutti i suoi precedenti possedimenti mettendo in fuga i bizantini.

Guglielmo II il Buono (1166-1189)

Incoronazione di Guglielmo II di Sicilia
Incoronazione di Guglielmo II di Sicilia

Alla morte di Guglielmo I, nel 1166, il figlio Guglielmo II il Buono appena dodicenne, salì al trono sotto tutela della regina madre. Il Re riuscì a godere di un periodo di relativa stabilità e riappacificazione nelle relazioni fra le diverse fazioni del Regno.
A Palermo, il 13 febbraio 1177, Guglielmo sposò Giovanna Plantageneto (1165-1199), sorella di Riccardo Cuor di Leone. Dopo la morte di Manuele I Comneno (1180), l’erede designato, Alessio II, venne assassinato ed il trono usurpato dallo zio Andronico I Comneno.
Guglielmo II, allora, decise di attaccare Bisanzio con un forte esercito ed una grande flotta. La spedizione, sotto il comando di Tancredi, sbarcò a Durazzo nel giugno del 1185 e giunse a Tessalonica che fu presa nella notte tra il 23 e il 24 agosto.
Bisanzio sembrava ormai a portata di mano, quando Isacco II Angelo prese il posto dell’usurpatore incapace Andronico e l’esercito bizantino si riorganizzò contro l’attacco normanno. Alla fine dell’estate la grande flotta normanna dovette fare rientro in Sicilia.
Intanto Guglielmo II avviava con l’imperatore Federico I le trattative volte all’unione matrimoniale di sua zia Costanza con Enrico VI, figlio dell’imperatore. Il matrimonio si celebrò a Milano il 27 gennaio 1186.
Nonostante la giovane età di Guglielmo e della moglie Giovanna, dalla loro unione non nacque alcuna discendenza: l’eventualità era espressamente prevista nel contratto matrimoniale di nozze tra Enrico VI Hohenstaufen e Costanza d’Altavilla (ultima figlia di Ruggero II e zia di Guglielmo), a cui sarebbe toccato, in caso di mancata discendenza, il Regno di Sicilia.

Tancredi (1189-1194)

Tancredi Re di Sicilia
Tancredi Re di Sicilia

Quando Guglielmo il Buono morì (1189), non essendovi discendenti diretti, si pose il problema della successione. Alla morte senza discendenti diretti, Guglielmo II avrebbe indicato la zia Costanza d’Altavilla come erede, e obbligato i cavalieri a giurarle fedeltà. Una parte della corte Normanna, sperando anche nell’appoggio papale, simpatizzava per Tancredi, per quanto illegittimo, ultimo discendente maschio della famiglia Altavilla. Il Papa Clemente III che non vedeva di buon occhio gli Svevi, approvò nel novembre 1189 l’incoronazione di Tancredi a Palermo Re di Sicilia.

Regno di Sicilia nel 1190
Regno di Sicilia nel 1190

Quando Enrico VI, marito di Costanza d’Altavilla, succedette sul trono al padre Federico Barbarossa (1191), decise subito di riconquistare il Regno di Sicilia, supportato anche dalla flotta della Repubblica pisana, da sempre fedele all’imperatore. Tuttavia la flotta siciliana e normanna riuscì a battere la flotta pisana, a decimare l’esercito di Enrico, e a catturare ed imprigionare a Salerno la zia Costanza.

Guglielmo III (1194-1194)

Guglielmo III di Sicilia
Guglielmo III di Sicilia

A Tancredi succedette al trono Guglielmo III, di soli 9 anni, con la reggenza della madre Sibilla. Nel giugno del 1194, Enrico VI ritentò nuovamente di riprendersi il Regno di Sicilia che gli spettava di diritto avendo sposato Costanza d’Altavilla, zia di Guglielmo II e legittima erede al trono.
Alla testa di un poderoso esercito, dopo essersi assicurato la neutralità dei Comuni lombardi, con il trattato di Vercelli del 12 gennaio 1194, l’Imperatore, scese nuovamente in Italia, sicuro di non incontrare resistenza nel Regno normanno.
Con l’aiuto anhe delle flotte genovesi e pisane l’Imperatore sottomise gran parte del Regno di Sicilia. Nell’autunno del 1194, ricevette a Troia, in Puglia, il giuramento di fedeltà dei feudatari rimast fedeli agli Altavilla.
Ora, per la piena conquista della Sicilia, mancava soltanto la capitale Palermo che fu conquistata nel novembre del 1194. Ma, nel frattempo, la regina reggente Sibilla, era fuggita con il figlio, Re Guglielmo III, i famigliari ed alcuni fedelissimi alla casa normanna, rifugiandosi nel fortissimo Castllo di Caltabellotta.

Soldati Normanni
Soldati Normanni

Temendo un prolungato assedio e, soprattutto, una ribellione del regno appena sottomesso, l’Imperatore ricorse al tradimento: fece sapere alla Regina reggente Sabilla che, se avesse deposte le armi e la corona, avrebbe concesso a lei ed a suo figlio Guglielmo III la Contea di Lecce ed il Principato di Taranto. Sibilla accettò l’offerta e, recatosi a Palermo con il figlio Re Guglielmo III, fece atto di sottomissione e depose la Corona.
Ma pochi giorni dopo, il 28 dicembre 1194, Enrico VI accusò Sibilla di complotto e fece arrestare lei, suo figlio, le figlie e tutta la nobiltà a loro fedele. Sibilla e le sue figlie furono incarcerate in un monastero in Alsazia e liberate solo dopo la morte di Enrico VI.
Guglielmo III, invece, fu deportato in Germania, dove visse in uno stato di semi-prigionia, fino alla sua morte, avvenuta nel 1198, quando aveva soltanto 13 anni. Con la rinuncia alla Corona da parte di Guglielmo III, divenne Regina di Sicilia Costanza d’Altavilla, moglie di Enrico VI.

Torna all’indice


  ¤   Gli svevi (1194-1266)

La dinastia sveva in Sicilia durò dal 1194, anno in morì Guglielmo III, al 1266, quando Manfredi di Sicilia fu sconfitto da Carlo I d’Angiò.

Enrico VI (1194-1197)

Enrico VI e Costanza di Sicilia
Enrico VI e Costanza di Sicilia

Nel 1194, con la rinuncia alla corona da parte di Guglielmo III, divenne, regina di Sicilia Costanza d’Altavilla, moglie, dal 1185, di Enrico VI di Hohenstaufen, Imperatore del Sacro Romano Impero.
In virtù di questo matrimonio, Enrico VI, la notte del 25 dicembre del 1194, fu incoronato Re di Sicilia con il nome di “Enrico I di Sicilia” e poté così, annettere il nuovo regno al Sacro Romano Impero.
La moglie Costanza, invece, trattenuta a Jesi dalla gravidanza, il giorno dopo, il 26 dicembre 1194, partorì l’attesissimo erede, Federico Ruggero, il futuro Federico II.
Ma l’indegno modo con cui Enrico VI aveva tradito i patti con Re Guglielmo e la madre reggente Sibilla, non passarono inosservati e risvegliarono, in alcuni nobili siciliani, un senso di ribellione.
Nel 1196, infatti, mentre l’imperatore si trovava in Germania, scoppiò nell’isola un’insurrezione generale che costrinse Enrico a tornare in Sicilia. La sua repressione fu tremenda: tutti i congiurati furono catturati e uccisi in modi assolutamente barbari e brutali.
Nel 1197, sospettando un complotto ordito ai suoi danni, con la partecipazione anche di Papa Celestino III, non esitò ad ordinare sanguinose repressioni ed esecuzioni di massa.
Fu così che nell’isola si svilupparono malcontento, ribellioni e paura, fomentate da questa repressiva e sanguinaria tirannide.
Il Regno di Sicilia, era nel caos. Il clima di terrore si allentò solo con la morte improvvisa dell’Imperatore, avvenuta nella notte del 28 settembre 1197.

Costanza d’Altavilla (1197-1198)

Costanza I d'Altavilla Regina di Sicilia
Costanza I d’Altavilla Regina di Sicilia

Il 25 dicembre 1194, a Palermo, Enrico VI di Svevia venne incoronato Re di Sicilia e Costanza d’Altavilla divenne così Regina consorte di Sicilia.
Alla morte del marito avvenuta a Messina nel 1197, dopo una malattia contratta durante l’assedio di Castrogiovanni, Costanza assunse il ruolo di tutrice di Federico II e reggente del Regno.
Poco prima di morire, fece incoronare, quale erede legittimo al Regno di Sicilia, il figlio ancora minorenne, Federico II, e diede disposizioni affinchè, alla sua morte, fosse posto sotto la tutela di Papa Innocenzo III.
Costanza morì, quarantaquattrenne, il 27 novembre del 1198 quando il figlio Federico aveva ancora quasi quattro anni di età. Fu sepolta nella cattedrale di Palermo, vicino al sarcofago del padre Ruggero II.

Federico II (1198-1250)

Federico II di Svevia
Federico II di Svevia

Federico Ruggero Costantino di Hohenstaufen fu così Re di Sicilia col nome di Federico I, dal 1198 al 1250 e fu l’ultimo sovrano a regnare in Sicilia ad appartenere a tale dinastia. Apparteneva alla nobile famiglia sveva degli Hohenstaufen per parte di padre e dai normanni di Altavilla per parte di madre.
Federico visse a Palermo, con diversi tutori fino al 1208 quando, quattordicenne, assunse ufficialmente il potere. L’unione dei Regni di Germania e di Sicilia non veniva tuttavia vista di buon occhio né dai Normanni, né tantomeno dal Papa che, con i suoi territori, si trovava proprio in mezzo.
Nel 1998 in Sicilia si verificarono tumulti politici. I musulmani, presenti nell’isola, iniziarono una rivolta che ben presto si estese ad un intero tratto della Sicilia occidentale.
Ma nel 1221 Federico II, non più bambino, rispose con una serie di campagne contro i ribelli musulmani e le forze degli Hohenstaufen che gli si erano rivoltate contro.
I musulmani ed i loro alleati furono così ben presto sconfitti ed esiliati a Lucera. Nel frattempo, Federico II, che era appena divenuto padre del suo primogenito Enrico, dovendo organizzare subito una rapida spedizione in Germania per far valere i propri diritti ereditari, nel 1211 incoronò il figlio Enrico, ancora neonato, Re di Sicilia con il nome di Enrico VII e partì a marzo del 1212 da Palermo, lasciando la moglie Costanza come reggente del regno.
Federico, giunto a Roma la domenica di Pasqua, prestò giuramento vassallatico al Papa rassicurandolo di non avere nessuna intenzione di unire il Regno del sud Italia al resto dell’Impero, cosa da sempre temuta dal potere pontificio.
Lasciata Roma, Federico si diresse in Germania dove, il 9 dicembre 1212, venne incoronato Re di Germania col nome di Federico II nel Duomo di Magonza ed il 12 luglio 1213, con la cosiddetta Bolla Aurea, promise formalmente di mantenere la separazione fra Impero e Regno di Sicilia, di rinunciare ai diritti germanici in Italia e di impegnarsi ad intraprendere presto una crociata in Terrasanta.
Morto Innocenzo III e salito al soglio Papa Onorio III, il18 luglio 1216, Federico fu incalzato dal nuovo Pontefice a dare corso alla promessa di indire la crociata.
Nel 1220 fece nominare dalla Dieta di Francoforte il figlio Enrico Re di Germania con il nome di Enrico VII, ma per la crociata continuava a tergiversare.
Papa Onorio III, per invogliarlo ad intraprendere l’impresa, il 22 novembre 1220 incoronò, in San Pietro a Roma, Federico II Imperatore del Sacro Romano Impero.

Blasone del Regno di Sicilia nel 1282
Blasone del Regno di Sicilia nel 1282

Tornato nel 1220 in Sicilia, che aveva lasciato otto anni prima, Federico poté dedicarsi a consolidare le istituzioni e riordinare il Regno, continuando sempre ad eludere le continue richieste del Papa per intraprendere la crociata promessa, avendo più a cuore la pace con il Sultano al-Malik al-Kamil, con il quale manteneva buoni rapporti e frequenti contatti diplomatici.
Nel 1222, rimasto vedovo della prima moglie Costanza, sottoscrisse con il Papa un trattato che stabiliva il suo matrimonio con la giovanissima Jolanda di Brienne, titolare della Corona di Gerusalemme.
Secondo questo accordo Jolanda gli avrebbe portato in dote il titolo di Regina di Gerusalemme, un titolo prestigioso ma meramente onorifico con cui il Papa intendeva vincolarlo all’impegno della Crociata. Il 9 novembre 1225 nella Cattedrale di Brindisi si celebrò il matrimonio con Jolanda diventando, così, anche Re di Gerusalemme insieme alla moglie.
Ma Federico, pur di prendere ancora tempo e rinviare la Crociata, stipulò con il Papa un trattato (Dieta di San Germano, nel luglio 1225), nel quale si impegnava a organizzare la crociata entro l’estate del 1227, pena la scomunica.
Il 9 settembre 1227, pressato dal successore di Onorio, papa Gregorio IX, Federico tentò di onorare la promessa fatta partendo per la sesta Crociata dal porto di Brindisi, ma una pestilenza scoppiata durante il viaggio in mare falcidiò i crociati e lo costrinse a rientrare a Otranto: lui stesso si ammalò e dovette ritirarsi a Pozzuoli per rimettersi in sesto. Gregorio IX interpretò questo comportamento come un pretesto e, conformemente al trattato di San Germano del 1225, lo scomunicò il 29 dello stesso mese nella cattedrale di Bitonto e confermando la scomunica il 23 marzo 1228.
Il 25 aprile 1228 Jolanda, appena sedicenne, dà alla luce Corrado e muore il 5 maggio 1228, dieci giorni dopo il parto.
Federico conservò, quindi, la reggenza per la minore età del figlio Corrado, ma poi, nel 1229, si autoproclamò il solo ed unico Re di Gerusalemme, contro la volontà del Papato.
A questo punto, Federico, per rabbonire il Papa, decide di partire per la Terrasanta. Ai primi di maggio del 1228, nominò come erede universale alla sua morte il figlio Enrico, ed, in seconda istanza, il piccolo Corrado.
Quindi, anche se scomunicato, partì da Brindisi il 28 giugno 1228 per la sesta Crociata. Federico, grazie a un accordo diplomatico con il sultano al-Malik al-Kamil, nipote di Saladino, riuscì ad avere Gerusalemme senza combattere una sola battaglia. La città, peraltro ridotta senza mura e indifendibile, fu ceduta con l’esclusione dell’area della moschea di Umar, che era un luogo santo musulmano.
Il 18 marzo 1229, nella basilica del Santo Sepolcro, Federico si incoronò re di Gerusalemme. Ritornato a Brindisi, il 10 giugno 1229, scoprì che molte città si erano ribellate al suo potere ed ora appoggiavano il Papa. Riuscì a ricacciare indietro le forze papali ma ritenne opportuno non invadere i territori pontifici e riconciliarsi con Gregorio IX stipulando la Pace di San Germano del 23 luglio 1230, in cui prometteva di restituire i beni sottratti ai monasteri e alle chiese e di riconoscere il vassallaggio della Sicilia al Papa, in cambio del ritiro della scomunica cosa che Gregorio fece il 28 agosto 1230.
Il rinnovato accordo con il papa gli venne utile a Ferdinando quando nel 1234 suo figlio Enrico si ribellò al padre: Federico ottenne dal Papa la scomunica del figlio, lo fece arrestare e tenere prigioniero fino alla morte, avvenuta nel 1242. Alla Corona tedesca venne allora associato l’altro figlio Corrado IV.
Nel maggio dello stesso anno alcuni violenti tumulti, in Roma, costrinsero Gregorio IX a fuggire in Umbria. Federico II, allora, accorse in armi e si unì a Montefiascone, nell’agosto del 1234, alle milizie pontificie, ma dopo una ventina di giorni, si ritirò lasciando sole le truppe pontefice che riuscirono ugualmente ad infliggere ai ribelli romani una dura sconfitta, costringendoli a sottoscrivere, nel marzo 1235, pesanti accordi di pace con Gregorio IX.

Stemma svevo
Stemma svevo

L’ambiguo comportamento tenuto da Federico segnò l’inizio di innumerevoli momenti di attrito tra le due parti.
Nel 1239 il figlio Enzo sposò Adelasia di Torres, e Federico lo nominò Re di Sardegna. Ciò non poteva essere accettato dal papa, visto che la Sardegna era stata promessa in successione al papa dalla stessa Adelasia. Alle rimostranze del pontefice, Federico rispose nel marzo 1239 tentando di sollevargli contro la curia, ma il Papa scagliò subito contro di lui la scomunica durante la settimana santa, indicendo successivamente un Concilio a Roma per la Pasqua del 1241.
Federico, tentò in ogni modo di impedire lo svolgimento del Concilio. Ma il 22 agosto 1241 l’anziano papa Gregorio IX morì e Federico, che era sempre sotto scomunica, decise di ritirarsi in Sicilia.
Dopo la morte di Gregorio IX, venne eletto Papa Goffredo Castiglioni, che prese il nome di Celestino IV, ma che morì dopo soli diciassette giorni di pontificato.
Il 25 giugno 1243, fu eletto, allora, Papa Innocenzo IV che, dopo aver tentato inutilmente di trovare un accordo con l’Imperatore, decide di indire, il 28 giugno 1245, un concilio che non solo confermò la scomunica a Federico, ma addirittura lo depose, sciogliendo sudditi e vassalli dall’obbligo di fedeltà, e invitando i nobili tedeschi a proclamare un altro imperatore, bandendo contro Federico una nuova crociata. Non tutta la Cristianità però accettò quanto deliberato nel Concilio, poichè, in quel momento nuove minacce si affacciavano all’orizzonte (l’offensiva mongola).
L’imperatore subì il gravissimo colpo che ne appannò il prestigio e dal 1245 gli eventi iniziarono a precipitare. Venne eletto nuovo Imperatore Enrico Raspe che, il 5 agosto 1246, sconfisse nella battaglia di Nidda il figlio di Federico, Corrado. Ebbe, però, breve vita e morì l’anno successivo.
Nel febbraio 1248 subisce una grave sconfitta nella battaglia di Parma. L’anno seguente, nella battaglia di Fossalta, perse la vita il figlio Riccardo ed un altro figlio, Enzo, fu catturato dai bolognesi che lo tennero prigioniero fino alla morte (1272).
Non bastò la vittoria militare del figlio Corrado sul successore di Raspe, Guglielmo II d’Olanda avvenuta nel 1250: Federico nel dicembre dello stesso anno morì a causa di un attacco di dissenteria. Nel suo testamento nominava suo successore il figlio Corrado, ma il Papa non solo non riconobbe il testamento ma scomunicò pure Corrado, che morì quattro anni dopo di malaria, nel vano tentativo di ricuperare a sé il Regno di Sicilia.

Corrado I (1250-1254)

Corrado I di Sicilia
Corrado I di Sicilia

Federico II nel suo testamento nominava il figlio Corrado IV di Hohenstaufen erede universale e suo successore sul trono imperiale del Sacro Romano Impero e sui troni di Sicilia e Gerusalemme mentre all’altro figlio naturale, Manfredi, lasciava il Principato di Taranto con altri feudi minori e la luogotenenza del Regno di Sicilia fino al rientro dell’erede legittimo dalla Germania. Corrado IV, alla morte di Federico II, diventa Re di Sicilia col nome di Corrado I di Sicilia. Papa Innocenzo IV , però, non volle riconoscere il testamento, in particolare per la successione al Regno di Sicilia che considerava una prerogativa pontificia. Corrado, allora, decise di venire in Italia con la vana speranza di prendere possesso del Regno che il fratellastro Manfredi teneva come reggente, ma che aspirava a far proprio. Nell’ottobre 1251, attraversò il Brennero, si imbarcò a Latisana sulle navi inviate dal fratellastro e nel gennaio 1252 sbarcò a Siponto, proseguendo poi, insieme a Manfredi, nella pacificazione del Regno. Nella primavera del 1252 fallì un ultimo tentativo di riavvicinamento al Papa, il quale era sempre più convinto di poter disporre dell’investitura del Regno, e così Corrado ritornò all’attacco: nel 1253 riportò sotto il suo controllo le riottose contee di Caserta e Acerra, conquistò Capua e, nell’ottobre, anche Napoli. Le cose, però, precipitarono nei primi mesi del 1254: il Papa inviava legati col compito di investire Edmondo, figlio del Re d’Inghilterra, del titolo di Re di Sicilia; inoltre scomunicava, il 9 aprile 1254, in maniera definitiva e solenne Corrado, il quale, nel frattempo, era diventato sempre più sospettoso ed ostile nei confronti di Manfredi, restio ad accettare la diminuzione della sua autorità sui feudi assegnatigli dal padre. Corrado, allora rafforzò il suo controllo nei confini settentrionale del Regno, procedendo alla fondazione di una nuova città (Aquila) e riunì tutte le truppe in suo possesso in un accampamento presso Lavello per sferrare l’attacco decisivo al Papato. Ma il 21 maggio Corrado moriva di malaria. Il giovane Imperatore lasciava in Germania il figlio Corradino, ancora bambino, e sotto la tutela del Papa, mentre, nel Regno di Sicilia, veniva nominato governatore il marchese Bertoldo di Hohenburg; in realtà Manfredi proseguì la reggenza senza contrarietà fino alla sua morte, mentre Corradino, l’effettivo Re di Sicilia, che aveva solo due anni, crescava in Baviera lontano dal Regno di Sicilia.

Corrado IV detto Corradino (1254-1258)

Corradino di Svevia
Corradino di Svevia

Corrado IV, detto Corradino, fu l’ultimo discendente legittimo degli Hohenstaufen, e divenne Re del Regno di Sicilia col nome di Corrado II di Sicilia.
Alla morte del padre, avvenuta quando egli aveva solo due anni, Corradino gli succedette nella titolarità delle corone della casata. Corrado IV, pur scomunicato da Papa Innocenzo IV, aveva affidato a lui il figlio minorenne Corradino. Innocenzo, vedendosi data la reggenza del regno, accettò l’affido di Corrado.
Ma il fratellastro, Manfredi, si recò dal Pontefice per far valere da subito la sovranità del nipote Corrado II, ottenendone però un rifiuto dal Papa perchè Corradino era ancora troppo piccolo e quindi, fino all’età adulta, sarebbe spettata la reggenza al papato.
Manfredi accettò, prese tempo e si preparò ad attaccare militarmente il Papa per prendere il controllo del Regno, ma dopo la prima sconfitta militare presso Foggia, il pontefice morì per malattia.
La reggenza passò, così, al suo successore, Papa Alessandro IV. Nel corso del 1257, la guerra procedette vantaggiosamente per gli Svevi; Manfredi sbaragliò l’esercito pontificio e domò le ribellioni interne.
Nel 1258 si diffuse la voce della morte di Corradino, probabilmente per opera dello stesso Manfredi, che, con questo stratagemma, mirava ad usurparne il trono. Il 26 febbraio 1266 muore Manfredi nella Battaglia di Benevento e la Corona del Regno di Sicilia passa a Carlo I d’Angiò.
Invogliato dai nobili fedeli alla sua casata a venire in Italia per riconquistare il suo Regno, Corradino, nel settembre del 1267, giunge a Roma dove gli venne tributato un vero e proprio trionfo. Naturalmente anch’egli, come tutti i suoi predecessori, fu scomunicato dal Papa.
Incoraggiato, però, dai successi riportati dai suoi alleati sugli angioini, Corradino si illuse di poter facilmente avere ragione del nemico.
Si diresse, quindi, verso il Sud e giunto alle porte del suo regno, ai Piani Palentini, venne a contatto con le truppe di Carlo d’Angiò. Qui ebbe luogo la tragica e fatale battaglia di Battaglia di Tagliacozzo, il 23 agosto 1268.
Corradino fu sconfitto dopo un’apparente vittoria iniziale e si dette alla fuga, tentando di prendere il mare, ma, tradito da Giovanni Frangipane, un signorotto del luogo, fu consegnato agli angioini che lo decapitarono a Napoli nel 1268.

Manfredi di Svevia (1258-1266)

Manfredi di Svevia
Manfredi di Svevia

Diffusasi nel 1258, probabilmente per opera stessa di Manfredi, la voce della morte di Corradino, i prelati e i baroni del regno invitarono Manfredi a salire sul trono ed egli fu incoronato il 10 agosto nella cattedrale di Palermo. Tale elezione non venne riconosciuta dal papa Alessandro IV che ritenne pertanto Manfredi un usurpatore.
Fra il 1258 e il 1260 la potenza di Manfredi, diventato ovunque capo della fazione ghibellina, si estese in tutta la penisola, la sua potenza fu aumentata anche dal matrimonio della figlia Costanza con Pietro III d’Aragona (1262).
Manfredi venne scomunicato, e nel 1263 il francese papa Urbano IV offrì la corona a Carlo I d’Angiò, fratello del Re di Francia Luigi IX. Questi promosse una spedizione militare per conquistare il Regno. Manfredi venne sconfitto nella decisiva battaglia di Benevento, avvenuta il 26 febbraio 1266.

Regno di Sicilia 1130-1266
Regno di Sicilia 1130-1266

Il diciassettenne Corradino di Svevia, figlio di Corrado IV di Svevia, tentò di riconquistare il regno nel 1268, ma fu sconfitto nella Battaglia di Tagliacozzo e decapitato.

Constanza II di Hohenstaufen
Constanza II di Hohenstaufen

Nel 1281 rivendicò il titolo Costanza II di Sicilia, figlia dell’ultimo re di Sicilia svevo Manfredi di Hohestaufen e moglie di Pietro III di Aragona. Dopo i Vespri siciliani divenne Regina di Sicilia dal 1282 al 1285, formalmente unitamente al marito, che però dal 1283 rimase in Spagna.
Morto il marito nel 1285, la corona siciliana andò al secondo figlio Giacomo I, e Costanza restò al suo fianco, così come al terzo figlio Federico III, cui nel 1291 Giacomo aveva lasciato la luogotenenza del regno, fino al 1296, quando questi divenne Re di Trinacria, e l’ultima degli Hohenstaufen lasciò l’isola.

Torna all’indice


  ¤   Gli angioini (1266-1282)

Carlo I d'Angiò
Carlo I d’Angiò

Il dominio francese degli angioini in Sicilia, durò dal 1266, quando lo svevo Manfredi di Sicilia, figlio naturale di Federico II del Sacro Romano Impero, venne sconfitto e ucciso, a Benevento da Carlo d’Angiò, fratello del Re di Francia, e si concluse nel 1282 con la rivolta dei Vespri siciliani e la conquista aragonese.
Alla fine della dinastia degli Hohenstaufen di Svevia, il 6 gennaio 1266, Papa Clemente IV, che considerava l’isola patrimonio della Chiesa, incoronò Carlo I d’Angiò Re di Sicilia, sperando di poter estendere la propria influenza sull’Italia meridionale senza subire più i veti imposti dagli svevi.
Ben presto, però, il Papa dovette rendersi conto delle reali intenzioni degli angioini: una politica aggressiva che, dopo la conquista del meridione italiano, ora si volgeva ad Oriente, minacciando il neo-restaurato Impero Bizantino.
L’isola, che era stata una fedele roccaforte svevo-normanna e che aveva resistito, dopo la morte di Corradino, ancora per due anni agli angioini, si trovava ora in loro potere a subire la loro rappresaglia.
Toccò, quindi, al 17enne Corradino di Svevia tentare di riconquistare il regno nel 1268, ma fu sconfitto nella battaglia di Tagliacozzo e decapitato.
La situazione, intanto, in Sicilia si era fatta particolarmente critica: il fiscalismo esoso, la mancata sensibilità verso i problemi del popolo, la limitazione delle libertà baronali, i soprusi, le usurpazioni e le violenze operate dalla classe dirigente, avevano presto inimicato gli angioini all’intera popolazione che manifestò il proprio malcontento con una serie di rivolte tendenti a minare il potere angioino sull’isola.

Stemma angioino
Stemma angioino

Fu per questo che i siciliani offrirono la corona di Sicilia a Costanza, moglie di Pietro III d’Aragona, figlia del defunto Re Manfredi di Svevia ed unica discendente della dinastia sveva. Pietro, allora, si alleò con l’Imperatore bizantino Michele VIII, che ormai si sentiva minacciato dallo strapotere angioino: lui avrebbe messo a disposizione l’esercito ed i bizantini la flotta.
Nel frattempo, veniva eletto a Roma un Papa di origine freancese, Martino IV, con il sostegno degli Angiò e dei Cardinali francesi, che manifestò subito la propria ostilità alla causa dei siciliani. E’ in questo contesto che agenti bizantini ed aragonesi, istigano i Siciliani alla rivolta, elergendo loro denaro bizantino per finanziare la ribellione.

I Vespri Siciliani

Vessillo dei Vespri siciliani
Vessillo dei Vespri siciliani

La scintilla che diede inizio agli eventi avvenne, il 30 marzo 1282, lunedì dell’Angelo, sul sagrato della Chiesa del Santo Spirito a Palermo, quando un soldato francese, tale Drouet, mise le mani addosso ad una giovane nobildonna accompagnata dal marito, con il pretesto di doverla perquisire. In difesa della donna intervenne, allora, lo sposo che riuscì a sottrarre la spada al soldato e ad ucciderlo.
Nel corso del giorno e della notte, i palermitani si abbandonarono ad una vera “caccia ai francesi” che dilagò in breve tempo in tutta l’isola, trasformandosi in una carneficina.
Per individuare i francesi, che si mescolavano fra i popolani, i siciliani, mostrando dei ceci, chiedevano loro cosa fossero: se rispondevano “ciciri” erano sicuramente siciliani mentre se rispondevano “scisciri”, a causa della loro pronuncia, erano invece francesi e venivano immediatamente uccisi.
All’alba Palermo era liberata e si proclamò subito indipendente, mentre la rivolta cominciava ad estendersi in tutta l’isola. Dopo Palermo fu la volta di Corleone, Taormina, Siracusa, Augusta, Catania, Caltagirone e, pian piano, anche tutte le altre città. Infine anche Messina si unì alla “Communitas Siciliae”.
Il 3 aprile 1282 veniva adottata la bandiera formata dal giallo di Corleone e dal rosso di Palermo (le prime due città ad insorgere) a seguito di un atto di confederazione stipulato da 29 rappresentanti delle due città.
Carlo I d’Angiò tentò prima di sedare la rivolta con la promessa di numerose riforme, ma alla fine decise che era meglio un intervento militare. Nel luglio 1282 sbarcò in Sicilia al comando di un forte esercito deciso a sedare la rivolta dei siciliani. Consapevole che non avrebbe mai potuto avanzare all’interno della Sicilia se non dopo aver espugnato la città sullo stretto, cinse d’assedio Messina che, però, si difese strenuamente.
L’assedio durò fino a tutto il mese di settembre, ma la città non fu espugnata. Giovanni da Procida, fido consigliere della famiglia Hohenstaufen di Svevia, fu uno dei protagonisti della rivolta e fu lui che, a seguito del precipitare degli eventi, chiese aiuto a Pietro III d’Aragona che, quale marito di Costanza di Svevia, già si considerava pretendente ereditario della corona di Sicilia. E’ il segnale che gli aragonesi e bizantini attendevano.
Pietro, con il suo esercito, attraversò il Mediterraneo con la flotta bizantina messa a disposizione dall’Imperatore Michele VIII e sbarcò il 30 agosto a Trapani ed il 4 settembre giunse a Palermo.
Carlo, sconfitto dall’esercito rivoluzionario siciliano e dall’esercito aragonese, il 26 settembre 1282 fece ritorno a Napoli, abbandonando la Sicilia a Pietro III d’Aragona che fu così libero di impadronirsi del trono e di ottenere il titolo di Re di Sicilia.
Salito al trono, però, decise, di mantenere divise le corone di Aragona e di Sicilia, per cui lasciata la reggenza della Sicilia alla moglie Costanza II di Sicilia, tornò in Spagna per governare il Regno d’Aragona fino al 1285, anno della sua morte.
Era l’inizio di una ventennale guerra tra angioini ed aragonesi per il possesso dell’isola.
L’8 giugno 1283, al largo di Malta, si affrontarono per la prima volta la flotta aragonese-siciliana di Ruggero di Lauria e quella degli angioini, che subirono un duro colpo e furono costretti alla fuga. La pace di Caltabellotta, accordo firmato il 31 agosto 1302, fu il primo tentativo di ristabilire la pace, ma non sortì l’effetto sperato. La guerra riprese nel 1313 e si concluse il 1372 con il Trattato di Avignone.

Torna all’indice


  ¤   Gli aragonesi (1282-1516)

Pietro III d'Aragona
Pietro III d’Aragona

La dinastia aragonese in Sicilia iniziò il 26 settembre 1282, quando Carlo I d’Angiò, durante la rivolta dei Vespri siciliani, sconfitto dall’esercito rivoluzionario siciliano e dall’esercito di Pietro III d’Aragona, abbandonò l’isola per rifugiarsi a Napoli, e si concluse il 23 gennaio 1516, con la morte del re Ferdinando II di Aragona, allorché la Sicilia passò sotto la diretta dominazione spagnola.
Nel 1285 con la morte di Pietro III d’Aragona, il figlio secondogenito, Giacomo il Giusto gli succedette sul trono di Sicilia come Giacomo I, mentre, in quanto figlio maggiore, Alfonso III gli succedette sul trono di Aragona e di Valencia e nelle contee catalane. Nel 1291 alla morte improvvisa di Alfonso III, Giacomo, suo successore salì quindi sul trono di Aragona lasciando la luogotenenza in Sicilia al fratello Federico che subito si mostrò molto attento alle istanze dei siciliani.

Giacomo I d'Aragona detto il Giusto
Giacomo I d’Aragona detto il Giusto

Il 12 giugno del 1295 Giacomo I e Carlo II d’Angiò cercarono una via d’uscita dal conflitto del Vespro, con il Trattato di Anagni, che consegnava la Sicilia al papa, che a sua volta l’avrebbe riconsegnata agli angioini, in cambio dei regni di Sardegna e di Corsica. Così i siciliani, non volendo più ritornare sotto gli odiati Angiò, si sentirono abbandonati ed insorsero.
Il Parlamento siciliano riunitosi al Castello Ursino di Catania il 15 gennaio 1296, in considerazione alla sensibilità che Federico d’Aragona aveva dimostrato verso il popolo siciliano, lo elesse “Re di Sicilia”. L’incoronazione ufficiale avvenne Il 25 marzo 1296 nella Cattedrale di Palermo dove Federico assunse il titolo di “Re di Sicilia” con il nome di Federico III.
Subito dopo Federico riprende la guerra del Vespro, e papa Bonifacio VIII, agli inizi del 1297, si vede costretto a convocare a Roma sia Giacomo II che Carlo II d’Angiò per spronarli a riconquistare la Sicilia e far rispettare il trattato di Anagni.

Il Regno di Trinacria (1282-1401)

Stemma del Regno di Trinacria
Stemma del Regno di Trinacria

Il Regno di Trinacria nasce tra il 1282, anno di incoronazione di Pietro III di Aragona e il 1302 anno della pace di Caltabellotta, quando, a conclusione della prima fase della guerra dei Vespri siciliani, il Regno di Sicilia fu ufficialmente diviso in due parti: l’Isola di Sicilia denominata ufficialmente come regno di Trinacria, ma informalmente come Regno di Sicilia.
Nel frattempo la parte continentale assumeva la denominazione di regno di Sicilia citeriore più comunemente noto come Regno di Napoli, con a guida il re Carlo II d’Angiò.
Il nome “Trinacria” fu scelto in onore dell’antico simbolo dell’isola, la triscele.
Federico III è costretto ad affrontare diverse offensive lanciategli contro da vari paesi europei, ma riuscendo sempre a respingerle senza farsi sopraffare. Si giunge, così, nel 1302, alla Pace di Caltabellotta che stabilisce la divisione del regno in due (Regno di Napoli e Regno di Trinacria), e che Federico III d’Aragona poteva continuare a regnare in Sicilia con il titolo di “Re di Trinacria” ma alla condizione che alla sua morte la corona tornasse agli Angioini, che avrebbero così potuto riunire il regno. Nel 1313 riprese la guerra tra Angioini e Aragonesi; l’anno successivo il parlamento siciliano, disattendendo l’accordo siglato con la Pace di Caltabellotta, confermava Federico con il titolo di re di Sicilia e non più di Trinacria, e riconosceva come erede del regno il figlio Pietro, creando, così, l’assurdo per cui esistevano due regni di Sicilia e due re di Sicilia. Ciò provocò l’inevitabile reazione angioina e la ripresa della guerra.
Nel 1321, Federico aveva fatto incoronare il figlio Pietro come co-regnante e suo successore, attirandosi le ire del papa Giovanni XXII, che scagliò l’interdetto sulla Sicilia e tolse solo nel 1334. A Federico, nel 1337 succedette il figlio Pietro II, il suo breve regno fu segnato dai forti contrasti tra la corona ed i nobili. Il 15 agosto 1342 gli succedette il figlio maschio primogenito, Ludovico, sotto la tutela della madre, Elisabetta di Carinzia, e dello zio, Giovanni, che divenne reggente, ciò provocò una forte instabilità politica e la crisi economica dell’isola. Ludovico morirà nel 1355 colpito dalla peste a soli 17 anni.

Stemma aragonese del Regno di Sicilia
Stemma aragonese del Regno di Sicilia

Federico IV detto il Semplice succedette al fratello Ludovico, sotto la tutela della sorella, Eufemia, che fu nominata Reggente. Fu proprio Federico IV che, dopo ben novanta anni di guerre contro gli angioini, raggiunse un primo accordo di pace detto la «Pace di Catania» l’8 novembre 1347 e poi firmò, il 20 agosto 1372, con l’assenso anche di Papa Gregorio XI, il Trattato di Avignone.
La regina di Napoli Giovanna I d’Angiò rinunciò ai diritti formali sulla Sicilia accettando il fatto compiuto, d’ora in poi il Meridione continentale si sarebbe chiamato anche ufficialmente Regno di Napoli. Alla morte di Federico IV, all’età di circa quindici anni, la figlia Maria di Sicilia ereditò la corona del regno di Sicilia sotto la tutela di Artale I Alagona; la cosa fu, però, giudicata illegale, in quanto Federico III aveva proibito la successione per linea femminile.
Nel 1392 sposerà Martino il giovane, considerato dai Siciliani un usurpatore, poiché la loro unione fu frutto del rapimento di Maria da parte di Guglielmo Raimondo III Moncada con la segreta approvazione di Pietro IV di Aragona. Con la morte di Maria nel 1401 si estinguerà la dinastia aragonese-sicula.
Dopo la sua morte avvenuta a Cagliari, suo padre Martino il Vecchio divenne re di Sicilia col nome di Martino II.

Martino I il Giovane (1401-1409)

Martino I il Giovane e Maria di Sicilia
Martino I il Giovane e Maria di Sicilia

Questa successione, per mancanza di prole dell’anziano sovrano, causò la fine dell’indipendenza del regno di Sicilia e la sua trasformazione in viceregno dipendente dalla Corona d’Aragona. Lo stesso anno Martino I ripudiò il Trattato di Avignone e governò la Sicilia da solo, senza più considerarsi vassallo dei Re di Napoli. Il 21 maggio del 1402, a Catania, sposerà in seconde nozze, Bianca di Evreux che diventerà regina consorte di Trinacria.

Martino II il Vecchio (1409-1410)

Con la morte di Martino I il Giovane, il padre Martino I di Aragona, divenne re di Sicilia col nome di Martino II il Vecchio. Per mancanza di eredi, questa linea di successione causò la fine dell’indipendenza del regno di Sicilia.
Per un breve periodo la sede del regno fu Catania. Alla morte di Martino II (1410), seguì un periodo di incertezza detto interregno, che durò due anni.

Ferdinando I il Cattolico (1412-1416)

Ferdinando I d'Aragona detto il Cattolico
Ferdinando I d’Aragona detto il Cattolico

Con il Compromesso di Caspe del 1412, le Cortes decisero che sarebbe stato sovrano della corona d’Aragona e Re di Sicilia Ferdinando el de Antequera, infante del casato castigliano di Trastamara che fu proclamato Re il 28 giugno 1412. Bianca di Evreux venne nominata dal Re d’Aragona Ferdinando I regina con il titolo di vicaria del regno di Sicilia.
Per un breve periodo i siciliani sperarono di tornare ad avere una propria corte, in quanto Martino I sposò Bianca, e quindi alcuni nobili siciliani cercarono di offrire come consorte alla regina, Niccolò Peralta). Nel 1416 Bianca divenne regina di Navarra, con la conseguenza che l’isola perderà definitivamente l’indipendenza di regno per diventare un vicereame.

Alfonso V il Magnanimo (1416-1458)

Alfonso V d'Aragona detto il Magnanimo
Alfonso V d’Aragona detto il Magnanimo

Morto Ferdinando I il 2 aprile del 1416, salì sul Trono di Sicilia Alfonso V il Magnanimo con il nome di Alfonso I. Questi, vedendo che i Siciliani, avrebbero voluto eleggere il fratello Giovanni, lo richiamò a corte e lo inviò in Castiglia ad aiutare l’altro fratello, Enrico di Trastàmara.
Alfonso unì alla corona d’Aragona anche il regno di Napoli sotto la corona di rex Utriusque Siciliae (ossia Re dell’una e dell’altra Sicilia) in quanto sia le investiture papali che i Regni erano ormai diventati di fatto due. Egli istituì a Catania, nel 1434 l’Università più antica della Sicilia (Siciliae Studium Generale).
Alfonso V, alla sua morte, lasciò il Regno di Napoli al suo figlio illegittimo Ferdinando mentre tutti gli altri titoli della corona d’Aragona, inclusa la Sicilia, andarono a suo fratello Giovanni.

Giovanni I (1458-1516)

Giovanni I d'Aragona Re di Sicilia
Giovanni I d’Aragona Re di Sicilia

Nel 1458, Giovanni fu incoronato Re di Sicilia nel castello di Caltagirone e divenne, così, re della corona d’Aragona, con il nome di Giovanni II, e Re di Sicilia, con il nome di Giovanni I.
Molti Siciliani tentarono di spingere al trono di Sicilia il figlio di Giovanni II, Carlo di Viana, che però rifiutò preferendo mantenere un buon rapporto col padre. Giovanni neutralizzò eventuali rischi dichiarando l’annessione perpetua del regno al dominio aragonese, e successivamente con una politica di ampie concessioni ai ceti privilegiati.
Nel 1469, Giovanni riuscì a far sposare il figlio, Ferdinando il cattolico con Isabella la cattolica, erede del trono di Castiglia. Alla morte del padre, il 20 gennaio 1479, Ferdinando divenne Re come Ferdinando II di Sicilia.
Con l’editto del 18 giugno 1492, Ferdinando il cattolico, impone, senza condizioni, che gli ebrei debbano abbandonare per sempre la Sicilia entro tre mesi, pena la morte cancellando, così, un’identità etnica, culturale, religiosa e linguistica da secoli integrata nella vita dell’isola. Ferdinando morì il 25 gennaio del 1516 e la Corona d’Aragona venne ereditata dal nipote Carlo V d’Asburgo, che assunse il titolo di Re di Spagna e di imperatore del Sacro Romano Impero, ereditando anche il Regno di Sicilia con il nome di Carlo II di Sicilia.

Torna all’indice


  ¤   Il Vice-Regno Spagnolo (1516-1713)

Stemma di Carlo V
Stemma di Carlo V

Il Vice-regno spagnolo in Sicilia iniziò il 23 gennaio 1516, con l’ascesa al trono di Spagna di Carlo V, e si concluse il 10 giugno 1713, con la firma della pace di Utrecht, che sancì il passaggio dell’isola da Filippo V a Vittorio Amedeo II di Savoia.
Con la morte del re Ferdinando II di Aragona, avvenuta il 23 gennaio 1516, la Sicilia e il regno di Napoli furono incorporati nella nuova corona di Spagna, che venne ereditata dal giovane nipote Carlo V del Sacro Romano Impero.
Dal punto di vista culturale e politico non vi fu un profondo cambiamento rispetto al precedente periodo di dominio aragonese, mentre dal punto di vista dinastico, dal 1516 in poi, la Sicilia e l’Italia meridionale, furono rette e amministrate da due distinti viceré, uno con sede a Napoli ed un altro con sede a Palermo.
Dall’imperatore Carlo, i regni dell’Italia meridionale furono poi ceduti al figlio Filippo nel 1556, due anni prima della propria morte. Successivamente, la Sicilia appartenne al regno di Filippo III (1598-1621), Filippo IV (1621-1665) e Carlo II (1665-1700).
Tra XVI e XVII secolo, i baroni riuscirono ad ottenere sempre più privilegi e nuovi feudi ma furono di fatto esautorati da ogni potere politico. Nelle campagne si assistette ad un processo di abbandono delle terre ed alla formazione di un sottoproletariato urbano che causò la crescita impetuosa della popolazione delle grandi città. Molte decine di insediamenti sorsero dunque in Sicilia nel XVI secolo, ma soprattutto nel XVII secolo, tra cui Vittoria, Leonforte, Cinisi, Palma di Montechiaro, Paceco, Mazzarino, Barrafranca, Cattolica, Casteltermini, Aliminusa, Leonforte, Francavilla, Riesi, Barrafranca, Delia, Niscemi, Valguarnera Caropepe.
Tra queste città, dal punto di vista economico, prevalsero Messina, centro commerciale e porto militare d’importanza strategica, e Palermo quale capitale e sede del parlamento.

Carlo V

Carlo V
Carlo V

Carlo V, dopo la spedizione di Tunisi contro i pirati barbareschi, sbarcò in Sicilia, a Trapani, nel 1535, accolto con fastosi e trionfali allestimenti, per poi proseguire verso Palermo.
Lì, durante la seduta del Parlamento tenutosi il 22 settembre 1535, spiegò l’importanza del ruolo che lui voleva dare alla Sicilia, come baluardo contro l’espansionismo ottomano e contro il pericolo dei pirati barbareschi. Fu per questo che ordinò imponenti opere di fortificazione nei maggiori centri isolani.
Portò anche la guerra nel nord Africa, con varie spedizioni ma con scarso successo. Assegnò l’isola di Malta ai Cavalieri Ospitalieri, separandola, così, per sempre dalla storia siciliana.

Filippo II

Filippo II di Spagna
Filippo II di Spagna

Il lungo regno di Filippo II fu caratterizzato, in Sicilia, dalla continuazione della politica di conflitto con i turchi ed i pirati mussulmani.
Il pericolo di incursioni fu per tutto il periodo il motivo principale della politica nell’isola, influenzando ogni aspetto dell’amministrazione e giustificando l’alta imposizione fiscale con il mantenimento di costose guarnigioni di terra e con l‘ acquisto di imbarcazioni da guerra.
Si trattò di una “militarizzazione” dell’isola protratta per l’intero secolo e portata avanti da viceré dalle spiccate attitudini militari: Juan de Vega, Garcia de Toledo, Francisco Ferdinando Avalos de Aquino e Marco Antonio Colonna che costruirono torri d’avvistamento, mura intorno alle città progettate secondo i principi della fortificazione alla moderna, cittadelle a difesa di porti e punti nevralgici.
L’imposizione fiscale fu molto elevata, soprattutto nel ventennio 1560-1580 anche a causa di donativi straordinari imposti dalla Corona al Parlamento e quindi all’intera popolazione.
Sul piano militare, dopo sfortunate spedizioni partite dalla Sicilia verso la costa nord africana, tra cui la fallita riconquista di Tripoli del 1551, e dopo varie offensive nemiche, tra cui l’assedio di Malta del 1565, nel 1571, dal porto di Messina partì la flotta cristiana, al comando di Don Giovanni D’Austria, che sconfisse i Turchi nella Battaglia di Lepanto, e poi vi fece ritorno. La seconda parte del regno di Filipo II fu caratterizzata dall’eccessivo indebitamento dello stato, a causa delle grandi spese per l’esercito di Fiandre e per la spedizione di Lepanto, a cui seguì nel 1557 un “decreto di bancarotta”, per convertire unilateralmente i debiti dello stato in rendita annua a basso interesse.
In Sicilia la situazione di crisi economica fu aggravata da un periodo di epidemie e carestia.
Alla morte di Filippo II gli successe, nel 1598 il figlio Filippo III di Spagna che durante tutto il suo regno si occupò prevalentemente dell’espulsione dall’isola dei “moriscos”, ovvero dei musulmani che avevano abbracciato forzatamente la religione cristiana.

Filippo IV

Filippo IV di Spagna
Filippo IV di Spagna

Il periodo di regno di Filippo IV di Spagna, iniziato nel 1621, fu caratterizzato da una generale crisi economica a livello europeo. Si accentuò in Sicilia il fiscalismo statale che provocò un generale malcontento. Tra i vari disordini e rivolte vi furono quelle di tipo popolare, antifeudale e antifiscale di Catania e Palermo, nel 1647, e quella, a carattere antispagnolo, del senato messinese nel luglio 1674.
Giunta la notizia della rivolta a Palermo, il viceré don Claudio La Moraldo, partì alla volta di Messina con un buon numero di soldati: portò frumento, cacciò il Governatore e mise un po’ di pace tra i contendenti. Tale intervento non bastò  ai messinesi, che erano ormai decisi a rendersi definitivamente indipendenti dalla Spagna ed a fare di Messina una sorta di Repubblica Marinara simile a Genova e Venezia.
Si decise, quindi, di chiedere la protezione del Re di Francia, Luigi XIV. Questi accettò la proposta e nel 1675 mandò, il duca di Vivonne che, dopo aver scconfitto cli spagnoli in una battaglia navale presso le Isole Eolie, entrò trionfante con le sue galere nel porto di Messina, ricevuto con grandi onori. Il Senato Messinese giurò, allora, fedeltà al Re di Francia Luigi XIV.
Dopo questo episodio la lotta tra Messina, aiutata dai francesi, e la Spagna durò a lungo sia per mare che per terra fino al 1678. La condizione economica messinese sotto i francesi non migliorò, anzi, gli occupanti francesi si abbandonarono ai peggiori abusi contro Messina ed i suoi abitanti.

Stemma Reale di Sicilia Casa d'Asburgo di Spagna_(1580-1700)
Stemma Reale di Sicilia Casa d’Asburgo di Spagna_(1580-1700)

Molteplici furono le soverchierie perpetrate dai francesi contro la popolazione locale e, conseguentemente, numerosissimi furono gli omicidi di ufficiali francesi. Nel corso del 1677 e del 1678 Messina tornò ad infiammarsi di rivolte, ma stavolta antifrancesi. Nel 1678, all’insaputa di Messina, i Re di Francia e di Spagna firmarono un trattato di pace a Nimega che pose fine alla guerra d’Olanda e anche alla rivoluzione siciliana.
Riconquistata dagli spagnoli, Messina fu privata di tutti i privilegi storici e repressa duramente, con misure tali che avviarono alla decadenza la città che perse il primato economico nell’isola a favore di Palermo.
Sotto il regno di Carlo II, la Sicilia fu sconvolta dal terremoto del Val di Noto del 1693, che rase al suolo decine di città, tra cui Catania, Siracusa e Noto, e d’altro canto, contribuì alla nascita del barocco siciliano.
Con la morte di Carlo II, nel 1700 Filippo V dei Borbone di Spagna salì al trono. Ben presto perdette il regno ad opera degli Asburgo d’Austria nella guerra di successione spagnola, di fatto nel 1707, formalmente nel 1713 con la pace di Utrecht, che assegnò la Sicilia a Vittorio Amedeo II di Savoia.

Torna all’indice


  ¤   I piemontesi (1713-1720)

Vittorio Amadeo II di Savoia
Vittorio Amadeo II di Savoia

La storia della Sicilia piemontese ha inizio il 10 giugno 1713, con il passaggio dell’isola da Filippo V a Vittorio Amedeo II, e si concluse nel 1720 quando Carlo VI invase l’isola e ne prese possesso cedendo in cambio la Sardegna.
In occasione del trattato di Utrecht, il 10 giugno 1713, la Casa Savoia riesce ad ottenere grandi vantaggi, tra cui il titolo regio e l’intera Sicilia: infatti, sotto pressione dell’Inghilterra, la Spagna firmò il documento di cessione dell’isola ai Savoia alle seguenti condizioni:
  1. La Casa Savoia non avrebbe mai potuto vendere l’isola o scambiarla con un altro territorio;
  2. La Sicilia sarebbe stata mantenuta come feudo della Spagna: estinto il ramo maschile dei Savoia, essa sarebbe tornata alla corona di Madrid;
  3. Tutte le immunità in uso in Sicilia non sarebbero state abrogate;
  4. Il Re di Spagna sarebbe stato in grado di disporre a suo piacimento dei beni confiscati ai sudditi siciliani rei di tradimento.
Vittorio Amedeo volle accondiscendere a tutte le condizioni per evitare che una protesta del duca potesse rinviare la stesura dei trattati. Il documento con cui si cedeva la Sicilia ai Savoia venne siglato il 13 luglio successivo.
Il 27 di quello stesso mese, Vittorio Amedeo II, in procinto di partire per la Sicilia, nominò suo figlio Carlo Emanuele, principe del Piemonte, luogotenente degli Stati di terraferma; ma il ragazzo non aveva che sedici anni e fu dunque assistito da un Consiglio di Reggenza.
Il 3 ottobre il nuovo re salpò da Nizza alla volta di Palermo, ove sbarcò circa venti giorni dopo. Il 24 dicembre, dopo una sontuosa cerimonia nella Cattedrale di Palermo, Vittorio Amedeo II e la moglie Anna Maria di Orléans ricevettero la corona regia.Al parlamento siciliano, in una delle prime sedute, promette di impegnarsi per riportare il regno di Sicilia al suo antico lustro.
I buoni intenti del re vennero messi in pratica nella lotta contro il brigantaggio, nello sviluppo della marina mercantile e nella riorganizzazione finanziaria e dell’esercito (per il quale venne preso a modello quello piemontese). La permanenza del re in Sicilia durò fino al 7 settembre 1714.

Il ritorno degli spagnoli

La pace di Utrecht, con tutto ciò che comportò, fu soltanto un evento transitorio nella storia piemontese. La Spagna, infatti, stava fortemente riarmandosi. Intimorite da tanta potenza, Francia, Olanda, Inghilterra e Austria strinsero via via legami difensivi tra di loro. Vittorio Amedeo II, quando ricevette la notizia della creazione di una possibile Quadruplice Alleanza, si sentì nuovamente in pericolo.
Era infatti in progetto, tra i sovrani alleati, di mettere a tacere le mire spagnole in Italia, ma tale progetto si scontrava contro le mire di Casa Savoia.
L’Austria, in particolare, progettava di eliminare i piemontesi dalla Sicilia. Vittorio Amedeo decise di agire con astuzia, inviando messi a Vienna e a Londra per essere costantemente informato delle novità nella politica estera.
Se i paesi alleati avessero davvero siglato un’alleanza, allora Vittorio Amedeo sarebbe stato seriamente nei guai, circondato da tutti i fronti. Dopo aver in ogni modo cercato di allearsi all’Austria (anche ricorrendo ad una proposta di matrimonio), Vittorio Amedeo venne attaccato sul fronte siciliano dagli spagnoli, che egli considerava alleati.
La Sicilia venne invasa da 30.000 soldati stranieri e le poche fortezze piemontesi dovettero desistere dalla difesa. Era il 1718.

L’arrivo degli austriaci

Quando da Vienna arrivò la proposta di aderire alla ormai siglata Quadruplice Alleanza in cambio del titolo di Re di Sardegna, Vittorio Amedeo prontamente aderì.
La distruzione dell’imponente flotta spagnola e la conseguente vittoria della Quadruplice Alleanza gli permise, quindi, di mantenere così almeno un titolo regio. Era il 1720 e l’erede di Casa Savoia veniva incoronato Re di Sardegna.
Per quanto riguarda la Sicilia, invece, la sua sorte fu quella di ritornare nei domini degli Asburgo, questa volta però alle dipendenze dell’Austria.

Torna all’indice


  ¤   Gli austriaci (1720-1734)

Carlo VI
Carlo VI

La storia della Sicilia austriaca ebbe inizio il 20 febbraio 1720, con il Trattato dell’Aia, che sanciva il passaggio della Sicilia da Vittorio Amedeo II a Carlo VI, e si concluse nel 1734, quando Carlo di Borbone la conquistò, restituendole la condizione di stato indipendente.
Il 28 febbraio 1719, le truppe austriache, al comando del generale Claudio Florimondo di Mercy, sbarcarono sull’isola, ma, anche se il Trattato dell’Aia era già in vigore, il Marchese di Lede, non avendo ricevuto comunicazioni in merito dalla Spagna, continuò a combattere.
Egli accettò di trattare l’evacuazione delle sue truppe solo nei mesi successivi, firmando così i relativi articoli solo il 6 maggio 1720. Il passaggio dell’isola agli austriaci provocò l’esodo di parte della nobiltà isolana verso il Piemonte ed, in maggior numero, verso la Spagna di Filippo V; fin dall’inizio, i rapporti tra il nuovo Re di Sicilia e l’aristocrazia locale non furono facili, anche perché il sovrano (avendo ottenuto il regno per diritto di conquista) non si riteneva più legato al mantenimento dei numerosi privilegi del regno, rispettati, invece, da tutti i regnanti precedenti a partire da re Pietro III di Aragona a cui l’isola si era volontariamente data.

I Viceré

Stemma di Carlo VI del Regno di Napoli e Sicilia
Stemma di Carlo VI del Regno di Napoli e Sicilia

Ciò fu evidente dall’inizio con il rifiuto da parte del generale Mercy, giunto a Palermo prima del viceré designato Niccolò Pignatelli di Terranova Castelvetrano y Noya duca di Monteleone, di ricevere gli ambasciatori del Regno.
Comportamento ribadito in seguito dal fatto che il viceré accetto il giuramento di fedeltà del Regno di Sicilia, ma, a sua volta, non giurò, come da consuetudine, di rispettare i privilegi del Regno. Il 20 luglio 1728 giungeva a Messina il terzo viceré austriaco, si trattava di Cristoforo Fernández de Cordova conte di Sastago.
Il nuovo viceré si trovò ad operare in un periodo molto travagliato e fu spesso accusato di parzialità; comunque, dopo il primo triennio di viceregno, fu riconfermato. In ogni caso, vi fu un’inchiesta che coinvolse pesantemente un collaboratore del viceré, Marco Quiros, segretario di Stato e Guerra in Sicilia, tramite il quale si voleva colpire, non del tutto a torto, il Sastago.
Lo scoppio della guerra di successione polacca, comunque, non permise che l’inchiesta arrivasse ad un verdetto e il Sastago avvertiva, il 28 gennaio 1734, che se come richiesto da Vienna, egli doveva inviare due dei suoi quattro reggimenti a Napoli, la Sicilia sarebbe rimasta praticamente sguarnita ed egli si sarebbe dovuto ritirare da Palermo in una piazzaforte (la cui scelta ricadde su Siracusa), anche perché i siciliani avevano «un grande amore per gli Spagnoli», per via del lungo periodo (400 anni), in cui erano stati sottoposti al loro dominio.
In effetti, furono trovate varie prove di intrighi orditi dai baroni a favore del Re di Spagna. Alla fine, su suggerimento dell’arcivescovo di Valenza (componente del Consiglio di Spagna, che da Vienna amministrava l’isola), si giunse al compromesso per cui i privilegi del Regno furono concessi «per nuova grazia» dall’Imperatore, ma, comunque, con la condizione che il loro mantenimento era subordinato al comportamento che i siciliani avrebbero tenuto nei confronti del loro “nuovo” monarca.
Il nuovo viceré, già nominato dal 1718 e appartenente alla nobiltà parlamentare siciliana, era stato scelto con l’intento di attirare la simpatia dei componenti la sua classe sociale verso la casa asburgica. In breve, comunque, egli attirò su di sé molte critiche, per i favoritismi che faceva nei confronti dei congiunti o delle persone a lui vicine; inoltre, a differenza di quello che pensava la corte viennese, i suoi legami con la classe baronale isolana erano molto tenui.
Nel corso del 1721 esplose un aspro conflitto tra il Monteleone e la nobiltà palermitana, cosa che portò, nell’anno successivo, alla rimozione del duca dal suo incarico. Il nuovo viceré, Joaquín Fernández Portocarrero marchese d’Almenara, giunto nello stesso anno, sarebbe rimasto in carica fino al 1728.
Egli riuscì a riorganizzare l’apparato amministrativo dell’isola e si occupò dei vari problemi di ordine pubblico che affliggevano il Regno (incursioni piratesche, corruzione dei pubblici ufficiali, protezione data dai baroni ad alcuni delinquenti, controllo degli schiavi, eccetera).
Inoltre, dovette continuare l’azione diplomatica verso l’élites siciliane volta ad assicurarne la fedeltà all’Imperatore e, nello stesso tempo, assicurare protezione alle universitas, sia regie che baronali, verso i soprusi spesso compiuti dai nobili. La sua opera, grazie anche al periodo di pace in cui operò, fu proficua.

Il ritorno dei Borbone

Stemma dell'Austria
Stemma dell’Austria

Nel 1734 Carlo di Borbone, infante di Spagna, mosse alla conquista del Regno di Sicilia. Nell’isola, si combatte pochissimo e, visto che il mandato era scaduto, si nominò un nuovo viceré nella persona del marchese Giuseppe Rubi che, in conseguenza del fatto che i nemici dell’Austria controllavano completamente il mare intorno alla Sicilia, non riuscì a porre mai piede sull’isola.
Il 25 settembre 1734, la guerra poteva dirsi conclusa e nello stesso giorno venivano scelti dalla Deputazione del Regno gli uomini da inviare a Napoli per presentare gli omaggi del Regno al nuovo re Carlo III. Nel 1735, Carlo divenne sovrano di Sicilia e l’isola ritornò ad essere uno stato indipendente, sebbene, di fatto, fosse unita a Napoli.

Torna all’indice


  ¤   I Borboni (1734-1816)

Carlo III di Borbone
Carlo III di Borbone

Il periodo borbonico iniziò nel 1734, allorché Carlo di Borbone, mosse alla conquista del Regno di Sicilia sottraendolo alla dominazione austriaca e diventandone Re con il titolo di Carlo III. Tale periodo storico si concluse nel luglio 1860, quando, in seguito alla spedizione dei Mille, si ebbe il ritiro delle truppe borboniche e l’instaurazione del governo dittatoriale di Giuseppe Garibaldi, che portò alla successiva annessione dell’isola al costituendo Regno d’Italia.
Carlo di Borbone, dopo aver conquistato il Regno di Napoli, nel 1734 invase anche il Regno di Sicilia e senza incontrare forte resistenza sconfisse gli austriaci e sottrasse la Sicilia al controllo degli Asburgo, liberandola dalla condizione di viceregno.
Nel 1735, Carlo divenne sovrano di Sicilia e l’isola ritornò ad essere uno stato indipendente, sebbene, di fatto, fosse unita a Napoli.
L’incoronazione in Sicilia portò a credere alla nobiltà Siciliana che il re volesse fissare la propria dimora a Palermo anziché a Napoli, tuttavia, trascorsa una settimana, Carlo partì per il continente fissando la propria dimora a Napoli, tale scelta provocò un clima di delusione che rafforzò l’antica divisione tra Napoli e Palermo. La politica del nuovo sovrano fu all’insegna delle riforme: esse furono orientate a modernizzare l’amministrazione e l’erario e a favorire i commerci.
In particolare, però, il re attuò interventi tendenti a limitare il potere ecclesiastico e baronale. Il baronaggio, infatti, aveva acquisito funzioni e poteri propri della corona, di cui il sovrano intendeva riappropriarsi. Le riforme in Sicilia acquisirono un certo consenso quando Carlo scelse il principe Bartolomeo Corsini come viceré dell’isola, la sua politica ebbe un’impronta di tipo “costituzionale”, cosa assai insolita per quel tempo, ciò gli permise di fungere da mediatore tra le direttive governative e le obiezioni della classe dirigente isolana.
Ciononostante la politica riformistica del re fu fortemente osteggiata dal ceto nobiliare e subì una pesante battuta d’arresto, tanto che il sovrano dovette abbandonarla e gli ultimi anni del suo regno furono caratterizzati, paradossalmente, da una filosofia di governo del tutto opposta.

Ferdinando III

Ferdinando III Re di Napoli
Ferdinando III Re di Napoli

Nel 1759, alla morte di suo fratello Ferdinando, Carlo divenne Re di Spagna, mentre il Regno di Sicilia e il Regno di Napoli furono assegnati al figlio terzogenito Ferdinando, di appena otto anni.
Il consiglio di reggenza a cui fu affidato il giovane Ferdinando III di Sicilia riprese il vecchio progetto riformista, che continuò anche dopo la maggiore età del sovrano. Come avvenne per il padre, Ferdinando avrebbe dovuto prestare giuramento di rispetto delle costituzioni e dei privilegi del Regno, ma ciò non avvenne poiché ancora minorenne.
Divenuto maggiorenne, il reggente Bernardo Tanucci decise, in quanto contrario al potere baronale nell’isola, che il re non avrebbe prestato nessun giuramento, questo fu motivo di contrasto tra la famiglia regnante e la nobiltà Siciliana.
Di particolare rilievo fu la requisizione e successiva vendita del ricco patrimonio terriero del soppresso ordine religioso della Compagnia di Gesù. Circa 34.000 ettari furono messi all’asta e una parte di essi fu sottratta al baronaggio e riservata ai piccoli agricoltori: oltre tremila di essi ebbero assegnate porzioni di terra.
Questa politica sociale tesa alla redistribuzione delle terre ai contadini poveri rappresentò il primo serio tentativo di riforma e di colonizzazione del latifondo meridionale, costituendo la più consistente operazione di riforma agraria attuata in Italia nel corso del XVIII secolo. Anche il nuovo piano riformistico fu pesantemente osteggiato dai baroni.
La risposta della corona fu l’estromissione della nobiltà siciliana dal ruolo primario di governo del paese, relegandola in una posizione di secondo piano. Si affermò un orientamento anti-baronale, che divenne, poi, anti-siciliano, che portò a sostenere una politica nella quale Napoli ebbe piena supremazia su Palermo. Tutto ciò influirà, in seguito, sul ruolo del “partito siciliano” nell’ambito delle sorti del Regno delle Due Sicilie.
Nel 1774 il nuovo viceré di Sicilia era il principe Marcantonio Colonna, questi napoletano d’adozione, interruppe l’usanza secondo il quale il viceré veniva scelto in ambienti non napoletani. I baroni siciliani e la regina Maria Carolina si schierarono contro il marchese Tanucci, e con soddisfazione della nobiltà Siciliana, Tanucci abbandonò il suo incarico.
Maria Carolina lo rimpiazzò con il marchese Beccadelli, il quale con la sua politica, finì con il danneggiare il baronaggio siciliano. Nel 1795, il patriota siciliano Francesco Paolo Di Blasi, sostenitore di idee repubblicane e indipendentiste, propugnatore dei diritti dell’uomo, venne arrestato, processato e giustiziato per accusa di cospirazione per l’istituzione di una repubblicana siciliana.

La Costituzione del 1812 e la fine del regno

Stemma del Regno di Napoli (1759-1816)
Stemma del Regno di Napoli (1759-1816)

Con la conquista napoleonica (guerre napoleoniche) del Regno di Napoli, Ferdinando III, che aveva mantenuto il controllo della Sicilia, anche grazie all’appoggio dell’Inghilterra, il 22 dicembre 1798 fu costretto ad abbandonare la capitale continentale, Napoli, e a rifugiarsi in Sicilia, a Palermo.
I siciliani, inizialmente soddisfatti delle assicurazioni date da Ferdinando nel discorso di apertura della sessione parlamentare del 1802 riguardo alla sua intenzione di mantenere la corte a Palermo, concessero al sovrano donativi ingenti.
In realtà Ferdinando e la sua corte non desideravano altro che tornare a Napoli e, non appena gli accordi con Napoleone lo resero possibile, vi fecero ritorno nel giugno del 1802.
Per cui, quando sempre a causa dell’invasione francese, nel 1805 dovettero fare ritorno a Palermo, l’atmosfera che li accolse fu particolarmente gelida.
Ferdinando, nel 1810, riunì il Parlamento siciliano, domandando personalmente aiuti adeguati per la salvaguardia del regno minacciato dai francesi, ma la rivolta esplose nell’isola.
Il ruolo svolto dai britannici nel governo dell’isola fu estremamente invasivo, ma almeno fu strumentale alla concessione della nuova Costituzione siciliana voluta dal parlamento siciliano, che risente dell’aspirazione di libertà e costituzionalismo moderno, che separava definitivamente la Sicilia da Napoli, una costituzione ispirata dal modello inglese.

Stemma di Ferdinando III di Sicilia
Stemma di Ferdinando III di Sicilia

La nuova carta costituzionale, invisa da Ferdinando, divenne un eccellente strumento di propaganda per i Borbone, mentre fu deplorata da molti dei nobili che l’avevano votata, quando s’accorsero che essa toglieva loro l’antico potere Lord William Bentinck, comandante delle truppe britanniche in Sicilia, impose a Ferdinando di promulgare una nuova costituzione con le due camere, dei Pari e dei Comuni, di tipo inglese, così, mentre il figlio Francesco veniva nominato reggente, il 16 gennaio 1812, si formava un nuovo governo con i notabili siciliani. Ferdinando III era stato costretto a concedere la costituzione anche dal fatto che la nobiltà, di dubbia devozione, aveva abbandonato la monarchia. Così, il sovrano era rimasto quasi isolato e non aveva potuto resistere alle pressioni del rappresentante inglese a Palermo, Lord Bentinck. Questo spiega perché, dopo il Congresso di Vienna del 1815, con la restaurazione dei monarchi europei sui troni che avevano perduto durante l’epoca napoleonica, Ferdinando ottenne la restituzione del Regno di Napoli, che aveva perso nel 1806, soppresse il parlamento siciliano il 15 maggio 1815 e fece approvare, dal nuovo parlamento, il decreto dell’8 dicembre 1816 con cui ordinava che tutti i suoi domini al di là e al di qua del Faro, cioè i due regni, sino allora distinti, di Napoli e di Sicilia, dovessero formare un’unico Regno.

Torna all’indice


© 2010-2019 www.sicilianelcuore.it | Tutti i diritti riservati.