Baia dell’Isola dei Conigli - Lampedusa (AG)

Baia dell’Isola dei Conigli - Lampedusa (AG)

La baia è caratterizzata da spiagge di sabbia chiarissima, da un mare cristallino ed incontaminato, con acque cangianti dal verde smeraldo al blu cobalto, e dall’isola dei conigli posta al suo centro.

Cala dell’Arco dell’Elefante - Pantelleria (TP)

Cala dell’Arco dell’Elefante - Pantelleria (TP)

Una spiaggia dell’isola di Pantelleria dalle acque cristalline e sempre pulite caratterizzata da un singolare faraglione la cui forma assomiglia alla testa di un elefante che beve.

Eruzione del Vulcano Etna (CT)

Eruzione del Vulcano Etna (CT)

L’Etna (Mongibello) è un complesso vulcanico originatosi nel Quaternario e che è, ancora oggi, costantemente in attività (in foto l’eruzione del 13/01/2011). L’eruzione più devastante dell’ultimo millennio è stata quella del 1669.

Riserva dello Zingaro - San Vito Lo Capo (TP)

Riserva dello Zingaro - San Vito Lo Capo (TP)

La Riserva Naturale dello Zingaro si estende per 7 Km di costa tra Scopello e San Vito Lo Capo. È caratterizzata da una natura incontaminata che fa da contorno ad una antica tonnara antistante a dei faraglioni.

Oasi delle Saline - Priolo (SR)

Oasi delle Saline - Priolo (SR)

La riserva, oggi Sito di interesse Comunitario, si estende per 55 ettari nel territorio di Priolo. In passato vi si svolgeva l’attività delle saline. Nel 2008 ha vinto il primo premio come Oasi più bella d’Italia.

La Scala dei Turchi - Realmonte (AG)

La Scala dei Turchi - Realmonte (AG)

Scala dei Turchi è una spiaggia a ridosso di una bianchissima falesia di marna a strapiombo su un mare smeraldino. Si tramanda che qui sbarcassero i pirati Turchi che venivano a saccheggiare l’isola.

Teatro Greco - Taormina (ME)

Teatro Greco - Taormina (ME)

Il Teatro Greco di Taormina, il secondo più grande di Sicilia, è il più ammirato e conosciuto al mondo. Da qui si può ammirare la magnifica vista del golfo di Schisò e dell’imponenza dell’Etna.

 

Il Regno d’Italia e l’Impero

INDICE


La Storia della Sicilia nel Regno d’Italia comprende il periodo che va dalla spedizione dei Mille e l’annessione al neonato Regno d’Italia (1860) fino alla nascita della Repubblica Italiana nel 1946.


  ¤   La spedizione dei Mille

L'Italia nel 1859
L’Italia nel 1859

La sera del 5 maggio 1860, dallo scoglio di Quarto (Genova), partiva la spedizione dei Mille, comandata dal generale Giuseppe Garibaldi, sui vaporetti Lombardo e Piemonte.
La mattina dell’11 maggio, i due vaporetti della spedizione sbarcavano i mille nel porto di Marsala incuranti della presenza di due navi da guerra inglesi in porto.
Questo colse impreparati i borboni che non ritenevano possibile uno sbarco proprio per la presenza di queste navi e per questo non avevano previsto alcuna forma di difesa.

Giuseppe Garibaldi nel 1866
Giuseppe Garibaldi nel 1866

Lo sbarco, quindi, non ostacolato dalle navi inglesi, avvenne praticamente senza incontrare alcuna resistenza.
Il 14 maggio 1860 Giuseppe Garibaldi si proclama a Salemi dittatore della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II di Savoia.
I Mille di Garibaldi, affiancati da 500 “picciotti” sconfissero le truppe borboniche nella battaglia di Calatafimi (15 maggio). Intanto a Palermo scoppiava una violenta rivolta, dando così la possibilità a Garibaldi di poter facilmente conquistare la città.
Il 20 luglio i Mille sconfiggono definitivamente i Borboni nella battaglia di Milazzo e, nei giorni successivi, ottengono la resa di Messina, avendo così il passaggio aperto per continuare la lotta di liberazione dell’oppressione borbonica anche nel continente.
Molti siciliani, allora, si arruolarono nell’Esercito meridionale di Garibaldi. La Sicilia, interamente librata, è ora pronta per l’annessione al Piemonte.

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  ¤   Il plebiscito e l’unione al Regno d’Italia

Subito dopo la liberazione, la Sicilia fu governata da un “prodittatore” nominato da Garibaldi, d’intesa con Cavour.
Il 21 ottobre 1860 si svolse il Plebiscito delle province siciliane del
1860 per decidere l’annessione al costituendo Regno d’Italia ottenendo la quasi unanimità dei voti favorevoli all’annessione, con un esiguo numero di contrari ed un numero irrisorio di astenuti.

Prime delusioni

Camillo Benso Conte di Cavour
Camillo Benso Conte di Cavour

Le classi più povere, i braccianti e i contadini avevano sperato che il nuovo ordinamento avrebbe assicurato la distribuzione delle terre, dei latifondi e dei feudi della chiesa, ma presto si resero conto di essere stati ingannati e che non sarebbe stata effettuata alcuna riforma agraria.

Il Conte Camillo Benso di Cavour, che aveva fretta di definire l’atto di annessione nel timore di un intervento militare delle potenze amiche dei Borboni, scavalcando Garibaldi e le sue promesse, estese alla Regione le leggi e i regolamenti in vigore nel Regno di Sardegna. Venne, quindi, ignorato del tutto il fatto che la Sicilia godesse già di leggi speciali e di una certa forma di autonomia sotto i Borboni, ottenute anche a seguito di precedenti rivolte popolari, e furono pure trascurate le spinte autonomistiche che la Sicilia aveva sempre manifestato nei confronti dei poteri centrali succedutisi negli anni.

Vittorio Emanuele II
Vittorio Emanuele II

Tutto ciò provocò, in poche settimane, il passaggio dall’entusiasmo ad una vera e propria forma di ostilità per tutto ciò che sapeva di “piemontese” e l’invio di funzionari e amministratori del nord Italia con la motivazione che c’era troppa corruzione e clientelismo, servì solo ad aggravare le già esistenti incomprensioni.

Oltre alla mancata distribuzione delle terre, promessa da Giuseppe Garibaldi, vennero introdotte nuove pesanti imposte come quella sul sale, sul macinato (che colpiva prodotti basilari per l’alimentazione delle classi inferiori come il pane e la pasta) e venne attuato il servizio militare obbligatorio.
In un mondo contadino, in cui il numero di braccia era quello che faceva la quantità di raccolto, togliere alle famiglie soggetti giovani e in pieno vigore per il lungo servizio militare riduceva molte di queste alla disperazione.
Il fatto era aggravato dalla mentalità locale che vedeva come disonorevole per la donna lavorare i campi o fare la spesa. Inoltre i renitenti e i disertori, dandosi alla macchia, finivano con l’ingrossare le file della malavita.

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  ¤   Lo sviluppo della mafia

La nuova struttura amministrativa e la creazione di nuovi organi di polizia, non riuscendo a comprendere le necessità del popolo siciliano, misero le premesse per la rapida perdita del controllo del territorio e favorirono così il dilagare della corruzione, degli intrallazzi e della guerra tra bande criminali. È proprio in questo periodo che ricompare in maniera evidente la parola “mafia”.
La parola mafia, esisteva già da tempo, anche se le sue effettive origini sono ancora sconosciute, e stava ad indicare solamente un atteggiamento arrogante, spocchioso ed insolente, ma nel 1868, assume nuove forme e significati:
– come sistema di difesa dei proprietari terrieri contro i furti;
– come sistema dei campieri-gabellotti per intimidire gli stessi proprietari;
– come mezzo mediante il quale le autorità piemontesi, impotenti a governare il territorio, tengono a freno ogni velleità di rivolta mettendo a capo dei municipi i “capi-rais” o personaggi indicati da questi.

Il nuovo ceto politico capisce subito che gli conviene fare patti di mutuo interesse con il mafioso locale.
Questi amministra la sua giustizia, anche sommaria, risolvendo problemi che l’amministrazione venuta dal nord Italia non riesce neanche ad inquadrare; sopperisce, col suo paternalismo interessato, a risolvere problemi che lo Stato invece accentua, e, agli occhi del popolano più misero, risulta quindi più efficiente e giusto.
I notabili locali e le nuove classi dirigenti, invece, si adattarono presto alle nuove regole piemontesi, diventando convinti fautori, per proprio tornaconto, dell’annessione al Regno di Sardegna, e, alcuni, anche per mantenere i vecchi privilegi.
Perfino la tardiva distribuzione delle terre del latifondo e dei feudi ecclesiastici, iniziata nel 1861, contribuì alla diffusione della mafia: la gente troppo misera, finiva con l’indebitarsi per acquistare le sementi ed era costretta a svendere le terre stesse per debiti così, il solo effetto che si produsse, fu quello di dare i latifondi a nuovi acquirenti e, per giunta, a prezzi stracciati.

La legge marziale

La risposta dello Stato Piemontese allo sviluppo della mafia si ebbe nel 1863. Per vincere l’omertà della gente, venne preferita la repressione sommaria e dura, arrestando la gente senza processo ed usando anche la tortura: la Sicilia si trovò sotto la legge marziale del generale Govone, con la facoltà di fucilare la gente sul posto.
Le repressioni non colpivano selettivamente ma anche la semplice renitenza alla leva provocando durissime ritorsioni contro la popolazione di interi villaggi che venivano privati dell’acqua potabile.
Alla fine del periodo si contavano oltre 2500 morti e la condanna di quasi tremila “banditi”.

Ciò che di fatto mancava alla Sicilia, allora come nel passato, era una classe borghese colta ed “illuminata” che sapesse cogliere le occasioni migliori; al suo posto invece c’era una nuova classe politica fatta di opportunisti e “nuovi ricchi” al servizio dei notabili piemontesi alleati a quella parte di aristocrazia sonnolenta che viveva sperperando le rendite del latifondo.

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  ¤   Il brigantaggio e le rivolte popolari

Le proprietà ecclesiastiche furono confiscate e vendute ai grandi latifondisti. Queste davano lavoro a migliaia di contadini, che così persero la loro unica fonte di reddito. La loro vendita fu utilizzata, come annunciato pubblicamente il 16 marzo 1876 dal primo ministro Marco Minghetti, per pareggiare il bilancio dello Stato sabaudo. Un ulteriore aggravamento di ostilità verso lo Stato lo alimentò anche l’atteggiamento della Chiesa, scomunicando coloro che acquistavano le terre confiscatele con la legge delle Guarentigie, nonché la gestione spesso scandalosa e corrotta delle procedure di vendita.
La repressione del brigantaggio fu molto cruenta da parte dei generali piemontesi: una feroce persecuzione poliziesca che travalicava il mantenimento dell’ordine pubblico divenendo, assai spesso, licenza deliberata e violenta a spese, non solo dei briganti, ma anche di tutta la popolazione.
Fu così che nel 1876 la Sicilia si trovò in un grave lo stato di miseria, di analfabetismo e di violenza, aggravate da una mafia formata da un’accozzaglia di briganti, di malandrini, di facinorosi, spesso alleati con i ricchi proprietari terrieri, che traggono forza dalla violenza e dal delitto.

Già nell’agosto 1860 i siciliani avevano cominciato a manifestare i primi malcontenti per i fatti di Bronte, duramente repressi da Bixio. A questo si aggiunse la delusione per l’annessione della Sicilia ma senza autonomia federalista, come si sperava.
Poi, nel 1862, i fatti dell’Aspromonte in Calabria quando Garibaldi, dopo aver liberato la Sicilia venne affrontato e ferito ad una gamba, proprio dai “piemontesi”.
Quindi, ancora, le condizioni economiche peggiorate, l’incomprensione della nuova classe dirigente, l’aumento delle tasse e dei prezzi dei beni di prima necessità, l’aggravarsi della questione demaniale dovuta all’opportunismo dei grandi proprietari terrieri.
Malcontento, delusione, povertà, vessazione, tante furono le cause principali dell’incremento del brigantaggio postunitario nell’isola, soprattutto tra persone di umile estrazione sociale ed ex soldati dell’esercito delle Due Sicilie, e certo non aiutò a debellarlo la repressione molto cruenta attuata dai generali piemontesi.
Fu in quegli anni che brigantaggio, lealismo e sentimenti antiunitari, miseria, si fusero in un crogiolo di rivolte.
Nel 1866, scoppiò a Palermo l’ennesima rivolta (la Rivolta del sette e mezzo), che venne sedata dalle truppe del generale Raffaele Cadorna, con i soliti mezzi sbrigativi.
Le proprietà ecclesiastiche furono confiscate e vendute ai grandi latifondisti. Queste davano lavoro a migliaia di contadini, che così persero la loro unica fonte di reddito. La loro vendita fu utilizzata, come annunciato pubblicamente il 16 marzo 1876 dal primo ministro Marco Minghetti, per pareggiare il bilancio dello Stato sabaudo.
Un ulteriore aggravamento di ostilità verso lo Stato lo alimentò anche l’atteggiamento della Chiesa, scomunicando coloro che acquistavano le terre confiscatele con la legge delle Guarentigie, nonché la gestione spesso scandalosa e corrotta delle procedure di vendita.
La repressione del brigantaggio fu molto cruenta da parte dei generali piemontesi: una feroce persecuzione poliziesca che travalicava il mantenimento dell’ordine pubblico divenendo, assai spesso, licenza deliberata e violenta a spese, non solo dei briganti, ma anche di tutta la popolazione.
Fu così che nel 1876 la Sicilia si trovò in un grave lo stato di miseria, di analfabetismo e di violenza, aggravate da una mafia formata da un’accozzaglia di briganti, di malandrini, di facinorosi, spesso alleati con i ricchi proprietari terrieri, che traggono forza dalla violenza e dal delitto.

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  ¤   La situazione economica

Gli investimenti inglesi dei Withaker, dei Woodhouse, degli Ingham e di altri, avevano stimolato un certo fervore di ripresa economica.
Nelle aree del trapanese si erano sviluppati i settori vinicolo e agroalimentare e, nella Sicilia centrale, quello del commercio dello zolfo.
Negli anni ’40 del XIX secolo, gli Ingham e i Florio avevano costituito una società per la produzione di derivati dello zolfo e una per i battelli a vapore siciliani: era il 1853 quando il piroscafo “Sicilia” partiva per gli Stati Uniti d’America.

Le imprese Ingham importavano velluti e tessuti stampati a Leeds, in società con gli Smithson di Messina, ed estendevano la loro attività al commercio dell’olio, della liquirizia e degli agrumi.
Dato che nel XIX secolo la Sicilia era dotata solo di Banchi pubblici di deposito che non esercitavano il credito produttivo, era importante l’attività bancaria degli Ingham, dei Gibbs e di altri uomini di affari inglesi, che concedevano crediti agli altri mercanti, agli aristocratici siciliani ed alla borghesia emergente.
Le esportazioni di vino della provincia di Trapani giungevano a Boston, New York, Filadelfia, Baltimora e New Orleans, nel Brasile, in Australia e persino a Sumatra.
Attraverso la Casa di Commercio di Palermo degli Ingham, si realizzava un vasto giro di affari per la fornitura di sommacco e di zolfo.

Il Regno delle Due Sicilie non aveva un elevato debito pubblico al momento della sua caduta, anche a causa della bassa quantità di investimenti in opere di modernizzazione; al contrario, il Regno di Sardegna ne aveva uno molto elevato anche a causa delle guerre sostenute contro gli austriaci.
In seguito all’Unità d’Italia venne unificato anche il debito, facendo gravare anche sui contribuenti meridionali gli investimenti effettuati in Piemonte nel corso degli anni ’50 del XIX secolo.
I fondi del Banco delle Due Sicilie, che era la Banca nazionale del regno borbonico vennero incamerati dal nuovo Stato italiano, concorrendo a costituire il capitale liquido nazionale.
L’istituto fu poi scisso in Banco di Napoli e Banco di Sicilia, partendo con evidente perdita iniziale di competitività nei confronti delle imprese bancarie nazionali.
Ad Unità realizzata, con le politiche liberiste del nuovo Regno d’Italia, a cui erano state estese le metodologie di governo proprie del vecchio Stato sabaudo, entrarono in crisi i principali settori produttivi delle regioni meridionali e della Sicilia, che perse i mercati tradizionali non reggendo più la concorrenza inglese e francese.

La fiscalità, divenuta più gravosa rispetto a quella borbonica, finiva così col finanziare gli investimenti al nord Italia.
Sulle spalle dei siciliani, abituati ad unica tassa sul reddito, che copriva tutte le spese pubbliche ed anche locali, si venivano a caricare le nuove tasse comunali, le nuove tasse provinciali, il “focatico” (che essendo una tassa di famiglia colpiva duramente le famiglie numerose), la tassa sul macinato (che affamava proprio i più poveri, quelli che, cercando di risparmiare macinando il proprio esiguo raccolto, incorrevano nella famelica imposta), la nuova tassa di successione ed altre cosiddette addizionali.
Il nuovo Stato, peraltro, era ancor più restio dei Borboni ad investire in Sicilia, e mentre nel resto d’Italia si moltiplicavano le linee ferroviarie, la Sicilia ebbe la sua prima, brevissima, Palermo-Bagheria, solo nel 1863.

La politica liberista dei governi unitari fu quella che aggravò maggiormente la situazione economica della Sicilia, ridotta così a colonia del Piemonte.
Con la politica del libero scambio venne disincentivata la produzione della seta siciliana e del tessile locale, troppo frammentati, a vantaggio della grossa impresa del nord Italia e così avvenne anche per la locale industria alimentare; perfino i settori dell’industria pesante decaddero per mancanza di commesse e fondi.
Soltanto la produzione del grano, del vino e degli agrumi, che venivano esportati in America, riusciva ancora a salvarsi ma questo durò soltanto fino al 1887, quando il cambiamento della strategia del governo italiano, da liberista a protezionista, e la guerra doganale finirono con l’assestare il colpo di grazia all’economia oramai essenzialmente agricola della Sicilia, privandola dei suoi mercati.
Furono anni in cui avvenne un progressivo spopolamento, per fame, delle campagne. È proprio in questa serie di fattori che si individua da più parti il sorgere della mai più risolta questione meridionale.

Lo spopolamento delle campagne

Le città relativamente più ricche, soprattutto quelle della costa orientale, con l’afflusso costante di gente proveniente dall’interno ed in cerca di lavoro, videro incrementare la loro popolazione e, con essa, anche i problemi sociali.
L’attività imprenditoriale cercò, allora, altre alternative introducendo nelle aree più idonee, come quelle etnee e collinari della Sicilia orientale, la coltivazione su vasta scala degli agrumi. Ampie zone, fino ad allora coltivate a vigneto, furono così trasformate in agrumeti.

I Fasci siciliani

Fu così che, mentre perdurava il brigantaggio e il malessere sociale, nascevano i primi fermenti di coscienza sociale e collettiva; nel 1892, dopo un congresso operaio a Palermo, nacquero i “Fasci dei lavoratori” con lo scopo di reclamare la divisione delle terre ai contadini e la soppressione dei “gabellotti”.
Nel 1893, scoppiarono gravi sommosse nell’isola; la componente anarchica sfociava in eccessi e ciò diede a Francesco Crispi, ex garibaldino siciliano divenuto capo del governo nel 1894, il motivo per scatenare una durissima repressione con lo scioglimento dei “Fasci”.

L’emigrazione

Il sottosviluppo, l’analfabetismo, l’alta mortalità infantile e la malaria, uniti alle spaventose e disumane condizioni di lavoro nelle zolfare, disseminate in tutte le province medio-orientali della Sicilia, e all’estrema miseria dei villaggi di pescatori delle zone costiere, fecero sì che il governo nazionale, a partire dal 1882, incentivasse l’emigrazione verso il nord America, soprattutto verso gli Stati Uniti e verso il Brasile e l’Argentina nel sud America.
Così tra il 1871 e il 1921 quasi un milione di siciliani lasciarono l’isola.

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  ¤   Dalla fine del secolo alla prima guerra mondiale

Vittorio Emanuele III
Vittorio Emanuele III

Gli ultimi decenni del XIX secolo vedevano la regione ancora priva di infrastrutture viarie e ferroviarie efficienti. La compagnia ferroviaria Vittorio Emanuele, concessionaria per le costruzioni e l’esercizio ferroviario nell’isola, era in forte ritardo sul programma, tanto che dovette intervenire direttamente lo Stato per la prosecuzione di molti lavori.
Le linee ferroviarie realizzate, più che per collegare i centri urbani, erano realizzate spesso con un lungo percorso che teneva conto solo degli interessi commerciali degli investitori, spesso stranieri; così per andare da Palermo a Messina si doveva passare da Girgenti e Catania.
Tutto il sistema ferroviario esistente sull’isola risultò essere stato progettato e realizzato solo in funzione del trasporto ai porti d’imbarco dello zolfo, dei vini e degli agrumi, con effetti per la mobilità e per lo sviluppo che perdurano fino ad oggi.
In più, per scopi clientelari, i percorsi venivano allungati o deviati per raggiungere il fondo o la tenuta di Baroni e latifondisti.
Lo sviluppo del commercio dei filati a Catania attirava immigrati da tutta la provincia e il Banco di Sicilia vi aprì la sua prima filiale. Nel 1887 si registra l’assenza di emigrazione verso l’estero dal catanese, a differenza del resto della Sicilia.
Verso la fine del XIX secolo, anche grazie all’apporto di capitale straniero e ai finanziamenti delle banche si svilupparono, nel sud della Sicilia e a Catania, raffinerie di zolfo e industrie chimiche ad esso collegate, attività molitorie, cotonifici ed anche produzione di mobili e di carrozze.

La fine del secolo vide anche la costruzione della Ferrovia Circumetnea, che trasportava merci e viaggiatori dalle zone attorno all’Etna verso Catania e il suo porto, contribuendo all’export dei vini etnei tramite il porto di Riposto.
Vennero anche approntati progetti di linee tranviarie a servizio delle zone minerarie. La produzione del “fiore di zolfo” (lo zolfo raffinato), ebbe il suo massimo nel 1899, grazie alle estrazioni massicce condotte nella Sicilia interna.
Ma non portò ricchezza per tutti: la massima parte dei guadagni andava ai proprietari e agli investitori della “Anglo-Sicilian Sulphur Co.” mentre la grande massa di minatori con le loro famiglie versava in uno stato di miseria e sfruttamento ai limiti della schiavitù.
Fu in questo clima si svilupparono i “Fasci”, che vennero repressi duramente dal governo di Francesco Crispi.
Gli anni di fine secolo videro la nascita e lo sviluppo anche in Sicilia delle prime organizzazioni sindacali e l’inizio di scioperi per ottenere più umane condizioni di lavoro.

Nel maggio 1891, alla costituzione dei Fasci dei lavoratori, più di tutti, parteciparono gli zolfatari, per chiedere di elevare per legge a 14 anni l’età minima dei “carusi di miniera” sfruttati fin da allora come schiavi, la diminuzione dell’orario di lavoro (che era praticamente dall’alba al tramonto) e il salario minimo ma anche i piccoli produttori che, invece, chiedevano provvedimenti che li affrancassero dallo sfruttamento dei pochi grossi proprietari, che controllavano il mercato di ammasso ricavandone, loro, tutto il profitto.
I Fasci tuttavia vennero sciolti d’autorità dal governo Crispi all’inizio del 1894, dopo che, negli scontri con l’esercito, erano morti oltre un centinaio di dimostranti in un solo anno.
All’inizio del secolo XX, la Sicilia si affacciava con grave carenza di infrastrutture (la maggior parte della rete ferroviaria interna venne infatti realizzata a partire dalla statalizzazione delle ferrovie dopo il 1905 e terminata alla soglia degli anni trenta quando il settore minerario era già in crisi profonda).
Nella prima guerra mondiale pesante fu il tributo di vite umane che la Sicilia offrì per la definitiva unificazione del Paese.

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  ¤   Il periodo fascista

Privo di consistenza storica, il periodo fascista nell’isola fu segnato soprattutto dall’inefficienza e dalla corruzione del regime.
Giovanni Gentile si distinse in campo politico, ma il suo tramonto fu rapido.
Poco o nulla fece Mussolini rispetto agli uomini di governo precedenti.
Nei primi decenni del ‘900 prevalevano ancora gli interessi dei grandi proprietari terrieri, e questo determinò un rallentamento nell’evoluzione dei fatti sociali ed economici rispetto agli altri paesi italiani.

Benito Mussolini
Benito Mussolini

Mussolini si dimostrò un abile oratore: coinvolgere le masse era il miglior modo per diffondere tra gli italiani il sogno di una nazione militarmente forte, ma perché ciò avvenisse, occorreva industrializzare il Nord prendendo dal Sud materie prime e cibo a basso costo. Si arrivò così allo scontro tra latifondisti e fascisti radicali.
A Palermo, le idee anti-liberali di Alfredo Cucco ebbero un iniziale successo, ma le elezioni del 1925 non sciolsero il potere delle vecchie clientele.
Cesare Mori, lontano dagli ideali di Cucco, operò perché governo e latifondisti trovassero un accordo. Tuttavia, anche in questo caso, ogni speranza di rinnovamento venne presto delusa e il fascismo siciliano consolidato con l’aiuto dell’aristocrazia.
I metodi di attacco alla mafia, attivati da Mori, non riuscirono a superare il malcontento del popolo nei confronti dello Stato: molti avvertivano più sicura ed efficace, la protezione dei potenti. Le condizioni di vita contadina non migliorarono.
Nonostante, in Sicilia, fosse stata lanciata, nel 1925, la “battaglia del grano” troppe terre furono coltivate a grano più volte consecutive a danno della produzione tradizionale di olio e agrumi; diminuì in questo modo, la fertilità di molti appezzamenti a favore delle zone aride.
Lo sfruttamento delle miniere di zolfo lievitò i suoi costi e quando, nel 1927, il sottosuolo fu dichiarato proprietà pubblica, le miniere passarono in consegna ai vecchi proprietari che le amministrarono ma senza aumentare la produzione.
Nel 1940 fu approvata una legge che regolava la divisione del latifondo, ma l’avvento della seconda guerra mondiale ne impedì l’applicazione.
Il miglioramento economico e sociale tanto propagandato dal fascismo, non si estese in modo uniforme in Italia. Le risorse naturali della Sicilia non furono sfruttate razionalmente, e lo stesso Mussolini ammise ufficialmente che gli investimenti nell’isola non erano stati divisi con metodo.

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  ¤   La II guerra mondiale e l’occupazione alleata

Nel giugno del 1940, con l’inizio della II guerra mondiale, la Sicilia diviene un fronte di prima linea per la sua posizione vicina alla roccaforte inglese di Malta e per i rifornimenti delle truppe italiane in Nordafrica.
Le città siciliane, già dai primi giorni di guerra, cominciano a subire i bombardamenti aerei, che diventeranno ancora più pesanti dalla fine del 1942 fino ai giorni precedenti lo sbarco alleato.

Umberto I
Umberto I

Il 10 luglio 1943 ebbe inizio lo sbarco degli anglo-americano in Sicilia (Operazione Husky).
Gli americani sbarcano a Licata e nel tratto tra Gela e Scoglitti per arrivare il 16 luglio ad Agrigento e conquistare Palermo il 22 luglio, mentre gli inglesi, sbarcati tra Pachino e Siracusa. entrano a Catania il 5 agosto.
Il 17 agosto, le truppe Alleate entrano a Messina riuscendo così ad occupare l’isola in soli 38 giorni. A Cassibile in provincia di Siracusa fu stipulato il 3 settembre l’armistizio tra Regno d’Italia e Alleati, reso noto l’8 settembre. L’Allied Military Government of Occupied Territories, istituitosi all’indomani dello sbarco in Sicilia, come primo atto internò tutti i militari italiani, senza alcuna distinzione.
Il diffondersi dei saccheggi e di atti di violenza privata richiedeva capacità di controllo del territorio, cioè una forza di polizia che i militari anglo-americani non erano in grado di esprimere.
Per questa ragione decisero di ripristinare la struttura territoriale dei Carabinieri Reali e già il 4 agosto nacque a Palermo il Comando Superiore Carabinieri Reali della Sicilia alle dipendenze degli “Affari Civili” dell’AMGOT, con competenza sull’ordine e la sicurezza pubblica.

Nel febbraio 1944, avvenne la restituzione dei territori occupati, tra cui la Sicilia, al governo italiano del Regno del Sud, ma sottoposto comunque alla supervisione della Commissione alleata di controllo.
Dall’8 settembre 1943 fino al 30 aprile 1945 migliaia di siciliani lottarono su entrambi i fronti a sostegno della Resistenza e del Regno del Sud o della Repubblica Sociale Italiana.

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  ¤   Il Separatismo e l’Autonomia

Bandiera dell'EVIS
Bandiera dell’EVIS

Le origini di un movimento indipendentista moderno in Sicilia sono invece da ricercare nelle rivolte del 1820 e nella Rivoluzione siciliana del 1848.
La data di nascita di un sentimento indipendentista spontaneo (nell’epoca contemporanea), all’interno dello Stato italiano, può essere considerata il 16 settembre 1866, in cui il popolo palermitano si ribellò, in maniera più o meno violenta, alla dominazione del neonato Regno d’Italia.
Quella rivolta fu chiamata del “sette e mezzo”, quanti furono i giorni che durò. La ribellione infiammò tutta Palermo, e comprendeva molte fazioni politiche nate durante il Risorgimento (repubblicani, filo-clericali, filo-borbonici).
Tale rivolta fu sedata violentemente dal Regio Esercito e ogni intento di ribellione in nome di una nazione siciliana fu continuamente represso fino alla quasi totale scomparsa del movimento.

Gli sbarchi anglo-americani, nel luglio del 1943, avevano provocato notevoli danni ed alla Sicilia occorse molto tempo prima di riuscire a risollevarsi.
Con lo sbarco degli Alleati assunse nuovo vigore il separatismo, e si costituirono il MIS (guidato dalla figura carismatica di Andrea Finocchiaro Aprile), che alla fine della Seconda guerra mondiale vantava più di cinquecentomila iscritti, l’E.V.I.S. il suo braccio militare, (capeggiato prima da Canepa e poi da Concetto Gallo) e altri movimenti minori.
Nel febbraio 1944 gli Alleati riconsegnarono l’isola al governo italiano del Regno del Sud, che nominò un Alto commissario e istituì la Consulta regionale siciliana.

Intanto, però, riprendeva forza l’antica tendenza all’autonomia dell’isola. Il movimento separatista, che tenne agitata la vita dell’isola per diversi anni, si andò spegnendo, anche per l’istituzione, con il Decreto regio 15 maggio 1946, della Regione Siciliana, che concedeva l’autonomia speciale.
Poche settimane dopo un referendum sanciva la nascita della Repubblica Italiana, con la Sicilia prima regione autonoma.

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